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Azioni Intesa Sanpaolo (ISP): cosa fa, dividendi e fiscalità

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Azioni Intesa Sanpaolo (ISP): cosa fa, dividendi e fiscalità
A cura di Fisco Investimenti

Questa guida serve a orientare la lettura e preparare domande migliori. Non sostituisce la valutazione del caso concreto: norme, documenti e scadenze possono cambiare in base alla situazione personale o aziendale.

Come aggiorniamo i contenuti
📅 Pubblicato il 14 Giugno 2026

Intesa Sanpaolo (ISP): profilo, dividendi e tasse, spiegati a chi investe

Intesa Sanpaolo è la prima banca italiana per capitalizzazione e uno dei titoli più presenti nei portafogli dei risparmiatori per via del dividendo generoso. Questa scheda non ti dice se comprarla: ti spiega come guadagna davvero una banca, quanto e come paga i dividendi, come vengono tassati e quali rischi specifici corri quando metti un titolo bancario in portafoglio.

  • Settore: Banche · gruppo bancario-assicurativo
  • Dividendo esercizio 2025: 0,376 €/azione (acconto + saldo)
  • ISIN IT0000072618 · ticker ISP · FTSE MIB
  • Sede a Torino → ritenuta italiana del 26%

Dati aggiornati al 14 giugno 2026. Fonti: Intesa Sanpaolo Investor Relations (dividendi per esercizio, pagina «market ratios – historical figures») e Borsa Italiana – Euronext Milan (dati di quotazione). Contenuto informativo: non è una raccomandazione di acquisto o vendita.

Quando si parla di «azioni Intesa Sanpaolo» si pensa quasi sempre alla cedola: è uno dei titoli a più alto rendimento da dividendo del listino di Milano. Ma una banca guadagna in modo molto diverso da un’azienda industriale come Eni, e capire da dove arrivano i suoi profitti — interessi sui prestiti, commissioni, ricavi assicurativi — è il primo passo per leggere il titolo con consapevolezza. Qui trovi tutto in chiave didattica e fiscale, senza giudizi di valore né target di prezzo.

Useremo Intesa anche come «caso di scuola» per spiegare i concetti che valgono per qualsiasi azione bancaria italiana: come si legge la storia di un dividendo, perché le cedole delle banche dipendono dalla Banca Centrale Europea, che cosa sono i crediti deteriorati e il margine di interesse, e quando uno strumento come il PIR permette di azzerare le imposte. Se impari a leggere questa scheda, saprai leggerle tutte.

Carta d’identità: Intesa Sanpaolo in breve

DenominazioneIntesa Sanpaolo S.p.A.
TickerISP (Euronext Milan)
ISINIT0000072618
MercatoEuronext Milan (ex Borsa Italiana) – segmento blue chip
IndiceFTSE MIB
SettoreBanche – gruppo bancario-assicurativo
Sede legale e domicilio fiscaleTorino, Italia
ModelloBanca commerciale + asset management + assicurazioni
In Borsa dalQuotata storicamente; nasce nel 2007 dalla fusione Banca Intesa–Sanpaolo IMI

Intesa Sanpaolo è la più grande banca italiana per capitalizzazione e una delle prime in Europa. Nasce nel 2007 dalla fusione tra Banca Intesa e Sanpaolo IMI e oggi è un gruppo che fa molto più che raccogliere depositi e concedere prestiti: gestisce il risparmio di milioni di famiglie, vende polizze assicurative e presidia il credito alle imprese di tutto il Paese. È uno dei titoli a maggior peso nel FTSE MIB e, insieme a UniCredit, da solo muove una fetta importante dell’indice di Milano.

Il codice ISIN (IT0000072618) è la «targa» internazionale del titolo: è il riferimento che usi quando cerchi l’azione nel tuo home banking o nella piattaforma del broker, ed è più affidabile del semplice nome, perché distingue con certezza l’azione ordinaria Intesa da altri strumenti collegati. Quando leggi una scheda come questa, il primo riflesso utile è verificare ISIN e mercato di quotazione: ti dicono quale strumento stai davvero comprando e con quali regole fiscali.

Come guadagna una banca: i mestieri di Intesa

Per capire un’azione bisogna capire da dove arrivano i suoi soldi, e una banca guadagna in modo molto diverso da un’azienda che produce beni. I ricavi di Intesa Sanpaolo nascono da alcune attività ben distinte, ognuna con una sensibilità differente all’andamento dei tassi e dell’economia:

  • Banca commerciale (retail e imprese) — il mestiere storico: raccoglie depositi dalle famiglie e dalle aziende e presta denaro sotto forma di mutui, prestiti e finanziamenti. Il guadagno è la differenza tra il tasso che incassa sui prestiti e quello che paga sui depositi.
  • Wealth management e risparmio gestito — la gestione del risparmio dei clienti attraverso fondi, gestioni patrimoniali e consulenza. Qui Intesa incassa commissioni, una fonte di ricavo più stabile e meno legata ai tassi.
  • Assicurazioni — il gruppo vende polizze vita e danni: è uno dei tratti che distinguono Intesa, che è di fatto un colosso bancario-assicurativo e non una banca «pura».
  • Corporate & investment banking — i servizi alle grandi imprese e ai mercati: finanziamenti strutturati, operazioni straordinarie, attività sui mercati finanziari.

Questa varietà ha una conseguenza pratica per l’azionista: la redditività di Intesa non dipende da un solo numero. Quando i tassi di interesse sono alti, è la banca commerciale a gonfiare gli utili, perché il margine tra ciò che la banca incassa e ciò che paga si allarga. Quando i tassi scendono, contano di più le commissioni del risparmio gestito e i ricavi assicurativi, che sono più stabili. Capire questo «equilibrio interno» aiuta a non leggere il titolo in modo troppo semplice.

C’è poi un aspetto che riguarda tutte le banche e che è bene tenere a mente: una banca è un’azienda particolarmente «a leva». Per ogni euro di capitale proprio ne presta molti di più, raccolti dai depositi e sul mercato. Questo amplifica i guadagni quando le cose vanno bene, ma rende il settore più fragile nelle crisi: è il motivo per cui le banche sono fra le aziende più regolamentate al mondo e devono rispettare requisiti di capitale severi, di cui parliamo più avanti.

Sul piano della scala, Intesa Sanpaolo è radicata soprattutto in Italia, con una presenza internazionale più contenuta rispetto ad altri grandi gruppi europei. Questo la rende un titolo molto legato alla salute dell’economia italiana e allo spread tra i titoli di Stato italiani e tedeschi: la banca detiene molti BTP, e quando lo spread sale il valore di quei titoli scende, con effetti sui conti. È un legame che un risparmiatore italiano farebbe bene a conoscere prima di concentrare il portafoglio su una banca di casa.

Le tre leve di una banca: margine, commissioni, accantonamenti

Per leggere i conti di una banca tornano sempre tre voci, che vale la pena imparare perché valgono per Intesa come per qualsiasi altro istituto:

  • Margine di interesse — è il cuore del guadagno tradizionale: la differenza tra gli interessi attivi (quelli che la banca incassa sui prestiti) e quelli passivi (quelli che paga sui depositi e sui finanziamenti). Cresce quando i tassi salgono e si comprime quando scendono.
  • Commissioni nette — ciò che la banca incassa per i servizi: gestione del risparmio, conti, pagamenti, consulenza. È una fonte di ricavo più stabile, che non dipende direttamente dai tassi e che le banche cercano di far crescere per non dipendere solo dal margine di interesse.
  • Accantonamenti e rettifiche su crediti — i soldi che la banca mette da parte per le perdite attese sui prestiti che rischiano di non essere rimborsati. È una voce in negativo: più sale, più erode l’utile. Cresce quando l’economia rallenta e i debitori fanno più fatica a pagare.

Il gioco di una banca ben gestita è semplice da enunciare e difficile da realizzare: far crescere margine e commissioni tenendo bassi gli accantonamenti, cioè prestando soldi a chi poi li restituisce. Quando guardi i risultati di Intesa, sono questi i numeri che spostano davvero l’utile — e quindi, indirettamente, la capacità di pagare il dividendo.

Storia e politica dei dividendi

Dividendo Intesa Sanpaolo per azione, per esercizio (€)20210.151 €20220.164 €20230.296 €20240.341 €20250.376 €
Dividendo complessivo per azione per esercizio (acconto + saldo). Fonte: Intesa Sanpaolo Investor Relations.

Intesa Sanpaolo ha una delle politiche di dividendo più generose del listino: l’obiettivo dichiarato è distribuire una quota molto alta dell’utile (un payout elevato) e affiancare alla cedola programmi di riacquisto di azioni proprie (buyback). Dal 2021 il dividendo viene pagato in due tranche: un acconto a novembre e un saldo nella primavera successiva. Per l’esercizio 2025 il dividendo complessivo è stato di 0,376 € per azione, dopo una crescita continua negli anni precedenti (0,151 nel 2021, 0,296 nel 2023, 0,341 nel 2024).

Accanto al dividendo, Intesa restituisce valore agli azionisti anche con il buyback, cioè il riacquisto di azioni proprie sul mercato. È una forma di remunerazione meno visibile ma importante: riducendo il numero di azioni in circolazione, aumenta la quota di utili che spetta a ogni azione rimasta. Per valutare quanto «rende» davvero un titolo conviene quindi guardare alla remunerazione totale — dividendo più buyback — e non solo alla cedola.

Attenzione però all’idea che la cedola di una banca sia «sicura per definizione». Il dividendo di un’azione non è un obbligo contrattuale come la cedola di un BTP: dipende dagli utili, dalle decisioni del consiglio e — caso particolare delle banche — dal via libera dell’autorità di vigilanza. Durante la pandemia, nel 2020, la Banca Centrale Europea raccomandò a tutte le banche europee di congelare i dividendi per preservare il capitale: anche Intesa dovette rinviarne il pagamento. È la prova concreta che, per una banca, la cedola dipende da un attore in più rispetto a un’azienda industriale. Un rendimento da dividendo molto alto, anzi, a volte è un campanello d’allarme: è il fenomeno della «dividend trap». Se ti interessa la logica di chi punta sulle cedole rispetto a chi preferisce far crescere il capitale, la mettiamo a confronto in dividendi o accumulazione.

Perché il dividendo di una banca dipende dalla BCE

C’è un punto che distingue il dividendo di una banca da quello di qualsiasi altra azienda, e che vale la pena capire bene proprio guardando Intesa: la cedola di una banca passa dal vaglio della vigilanza europea. Le grandi banche dell’area euro sono sorvegliate dalla Banca Centrale Europea, che valuta la loro solidità e può limitare o vietare la distribuzione di utili se ritiene che il capitale vada protetto.

È esattamente ciò che è successo nel 2020: di fronte all’incertezza della pandemia, la BCE chiese a tutte le banche europee di sospendere dividendi e buyback. Non fu un problema dei conti di Intesa, ma una decisione di sistema, presa per evitare che il settore bancario indebolisse il proprio capitale proprio mentre l’economia rischiava di avere più bisogno del credito. Per l’azionista la lezione è chiara: il dividendo di una banca è solido quanto la banca, ma resta condizionato da un soggetto esterno che mette al primo posto la stabilità del sistema, non la remunerazione dei soci.

Il rovescio positivo è che, quando il capitale è abbondante e l’autorità dà via libera, le banche tendono a essere tra i titoli più generosi del listino, proprio perché restituiscono il capitale in eccesso. È il motivo per cui, negli anni dei tassi alti, i dividendi bancari sono cresciuti molto. Ma è una generosità «a fisarmonica», che si allarga e si restringe con il ciclo economico e con le decisioni della vigilanza.

Stacco, record date e pagamento: come funziona

Per incassare un dividendo non basta «possedere l’azione»: conta possederla nei giorni giusti. Il calendario di ogni cedola ruota intorno a tre date che è utile conoscere, perché valgono per qualsiasi azione, non solo per Intesa:

  • Data di stacco (ex-date) — il giorno in cui l’azione comincia a quotare «senza» il dividendo. Da quel momento il prezzo si abbassa, in teoria, di un importo pari alla cedola: per questo non esiste un «trucco» per incassare il dividendo e rivendere subito guadagnandoci.
  • Record date — il giorno in cui si fotografa chi sono gli azionisti aventi diritto. Cade tipicamente il giorno lavorativo successivo allo stacco.
  • Data di pagamento — il giorno in cui il denaro arriva effettivamente sul conto, già al netto della ritenuta del 26%.

Intesa pubblica ogni anno il calendario con le date precise dell’acconto (novembre) e del saldo (primavera). Il punto da ricordare è concettuale: comprare un’azione il giorno prima dello stacco solo «per prendere il dividendo» non crea valore, perché il prezzo si aggiusta da solo. Il dividendo è un modo per distribuire utili reali nel tempo, non un’occasione di guadagno immediato.

Quanto rende il dividendo e come si tassa

Il rendimento da dividendo (dividend yield) si calcola dividendo la cedola annua per il prezzo dell’azione: se per esempio il titolo valesse 5 € e il dividendo fosse 0,376 €, il rendimento lordo sarebbe circa il 7,5%. È un valore che cambia ogni giorno con il prezzo, quindi qui non ne diamo uno «ufficiale»: trovi la formula spiegata passo-passo nella guida al rendimento da dividendi.

Sul piano fiscale Intesa Sanpaolo è semplice, perché è una società italiana con sede a Torino: il dividendo incassato tramite un intermediario italiano sconta una ritenuta a titolo d’imposta del 26%, applicata direttamente dalla banca o dal broker. Non devi dichiarare nulla e ricevi l’importo già netto.

Esempio. Possiedi 1.000 azioni Intesa Sanpaolo e incassi il dividendo da 0,376 € ad azione: il lordo è 376 €. La ritenuta del 26% vale 97,76 €, quindi ti restano 278,24 € netti. Lo stesso meccanismo si applica sia all’acconto sia al saldo.

Il meccanismo tecnico si chiama «sostituto d’imposta»: l’intermediario trattiene il 26% e lo versa allo Stato al posto tuo, così il dividendo non concorre al tuo reddito IRPEF e non va riportato in dichiarazione. È un vantaggio di semplicità, ma ha un risvolto: poiché la ritenuta è «a titolo d’imposta» e non «d’acconto», non puoi recuperarla nemmeno se hai un’aliquota IRPEF più bassa. Il 26% è secco, uguale per tutti.

Il caso si complica solo per le azioni di banche con sede all’estero, dove entra in gioco anche una ritenuta estera e il tema della doppia imposizione: per Intesa, società torinese, non è un problema, ed è uno dei motivi per cui è un titolo «fiscalmente semplice». Per il quadro completo vedi la tassazione dei dividendi italiani ed esteri e, per i casi esteri, i dividendi esteri e la doppia imposizione.

Plusvalenze: la tassa se vendi in guadagno

Se un giorno vendi le azioni a un prezzo più alto di quello d’acquisto, la differenza è una plusvalenza e viene tassata al 26%, come il dividendo. La buona notizia è che le plusvalenze su azioni rientrano tra i «redditi diversi» e quindi possono essere compensate con le minusvalenze (le perdite) realizzate su altri titoli.

Le minusvalenze restano utilizzabili per compensare guadagni futuri fino al quarto anno successivo a quello in cui le hai realizzate. Se usi un broker in «regime amministrato» è la banca a fare tutti i calcoli e i versamenti per te; in «regime dichiarativo» devi riportare tutto nel quadro RT della dichiarazione. I dettagli e gli esempi sono in guida al capital gain al 26% e in compensazione delle minusvalenze.

C’è un’asimmetria fiscale importante proprio per chi compra singole azioni come Intesa: i dividendi non possono essere usati per recuperare le minusvalenze, mentre le plusvalenze sì. In altre parole, se hai accumulato perdite in passato, le abbatti solo vendendo altri titoli in guadagno, non incassando cedole. È una delle differenze tecniche che rendono la gestione di un portafoglio di azioni più «manuale» rispetto a un ETF ad accumulazione, dove la tassazione scatta solo al momento della vendita.

Va ricordato infine il criterio con cui si calcola il guadagno quando hai comprato lo stesso titolo in più momenti a prezzi diversi: si usa il costo medio ponderato. Tieni quindi traccia dei prezzi di carico, perché determinano quanta plusvalenza (e quindi quanta tassa) emergerà alla vendita. In regime amministrato ci pensa la banca, ma sapere come funziona ti aiuta a non avere sorprese.

Intesa Sanpaolo dentro un PIR: quando l’esenzione è possibile

Intesa Sanpaolo può stare in un PIR? Sì, ma con un limite tecnico. Un Piano Individuale di Risparmio «ordinario» deve investire almeno il 70% in strumenti di imprese italiane, e di quel 70% almeno il 30% deve andare a società non incluse nel FTSE MIB. Intesa, essendo una big cap del FTSE MIB, rientra nella quota principale del 70% ma non nel sotto-vincolo riservato alle aziende più piccole. Non puoi quindi riempire un PIR solo di Intesa, ma puoi inserirla.

Il vantaggio del PIR è notevole proprio sul piano fiscale: se mantieni l’investimento per almeno 5 anni, le plusvalenze e i dividendi sono esenti da imposta. Su un titolo da dividendo come Intesa l’esenzione del 26% sulla cedola, ripetuta per anni, può incidere parecchio: è la differenza tra incassare 0,376 € lordi e vederne arrivare circa 0,278 € netti per azione. Su orizzonti lunghi e su importi consistenti, è un risparmio tutt’altro che simbolico.

Lo strumento ha però regole stringenti: esiste un tetto annuo e complessivo agli importi investibili, il vincolo dei 5 anni va rispettato (vendere prima fa decadere i benefici, con recupero delle imposte), e va aperto presso un intermediario che offra il «contenitore» PIR. Non è quindi un modo per detenere una sola azione, ma una cornice fiscale dentro cui Intesa può convivere con altri titoli italiani. Per capire se fa al caso tuo, vantaggi e limiti sono spiegati nella guida ai PIR.

Come si compra Intesa Sanpaolo dall’Italia

Come si compra dall’Italia

Per comprare azioni Intesa Sanpaolo dall’Italia ti serve un conto titoli presso una banca o un broker che dia accesso a Euronext Milan (praticamente tutti). Cerchi il titolo con il codice ISIN IT0000072618 o il ticker ISP e invii un ordine: «a mercato» per eseguire subito al prezzo corrente, oppure «con limite» per fissare il prezzo massimo che sei disposto a pagare.

Sui costi fai attenzione a due voci: le commissioni di negoziazione del broker e l’imposta di bollo sul deposito titoli (0,2% annuo sul controvalore). Comprare una singola azione non comporta i costi di gestione di un fondo, ma ti espone al rischio di un solo titolo: ne parliamo qui sotto. Curiosità: se sei già cliente Intesa Sanpaolo, puoi comprarne le azioni dal suo home banking, ma il titolo è disponibile presso qualsiasi intermediario, non solo presso la banca emittente.

Azione singola o ETF: come decidere il peso

È la domanda che si pone chiunque guardi un titolo come Intesa: meglio comprare la singola azione o un ETF che la contiene insieme a tante altre? Non c’è una risposta «giusta» universale, e soprattutto non è una risposta che possiamo darti noi: dipende dai tuoi obiettivi, dal tuo orizzonte temporale e da quanta concentrazione sei disposto a sopportare. Possiamo però mettere in fila le differenze che contano davvero.

Con la singola azione scegli esattamente la banca su cui puntare, incassi il suo dividendo specifico e non paghi commissioni di gestione annue. In cambio, però, concentri tutto su un solo titolo: se Intesa attraversa una fase difficile, non c’è nulla in portafoglio che compensi. Con un ETF — per esempio un fondo sul settore bancario europeo o sull’intero mercato — possiedi una piccola fetta di centinaia di società: rinunci alla «scommessa mirata» e paghi un piccolo costo annuo (il TER), ma ottieni diversificazione automatica. Un dettaglio interessante per chi vive in Italia: un ETF sull’Europa o sul mondo riduce il cosiddetto home bias, cioè la tendenza ad avere troppo portafoglio concentrato sul proprio Paese.

Una via di mezzo molto usata è considerare la singola azione come una quota satellite di un portafoglio che ha al centro fondi diversificati: una posizione contenuta, di cui conosci bene rischi e fiscalità, accanto a un nucleo più stabile. Per ragionare sul peso di un titolo e sulla sua dimensione vedi large, mid e small cap; per imparare a leggere i conti di un’azienda, l’analisi fondamentale.

I rischi specifici di una banca

Comprare una sola azione non è diversificare. Per quanto solida, Intesa Sanpaolo resta un singolo titolo bancario: se va male, non c’è nient’altro a compensare. Un ETF azionario contiene centinaia o migliaia di società e attutisce il colpo del singolo emittente.

Oltre al rischio generale di concentrazione, un’azione bancaria porta con sé rischi specifici del settore. Il primo è il credito deteriorato (i cosiddetti NPL, non-performing loans): sono i prestiti che i clienti non riescono a rimborsare. Quando l’economia rallenta, le imprese e le famiglie fanno più fatica a pagare, gli accantonamenti salgono e l’utile della banca si erode. La qualità del credito è la variabile che più distingue una banca solida da una fragile, e Intesa negli anni ha lavorato molto per ridurre il peso dei crediti problematici in bilancio.

Il secondo è il livello dei tassi di interesse: il margine di interesse, cioè il guadagno sul prestito di denaro, cresce quando i tassi salgono e si comprime quando scendono. Una lunga stagione di tassi bassi mette sotto pressione i ricavi delle banche tradizionali. Il terzo è il requisito di capitale: la vigilanza europea impone alle banche di tenere un cuscinetto di capitale (misurato da indicatori come il CET1) per assorbire eventuali perdite; se quel cuscinetto si assottiglia, la banca deve rafforzarsi, e questo può limitare i dividendi o richiedere aumenti di capitale che diluiscono gli azionisti.

Il quarto rischio è tipicamente italiano: il legame con il debito pubblico. Le banche italiane detengono grandi quantità di BTP, e quando lo spread tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi si allarga, il valore di quei titoli scende, con effetti sui conti e sul capitale. A questi si somma il rischio più banale ma più importante: quello di prezzo. Il titolo bancario è ciclico, tende a salire e scendere con l’economia e può restare sotto il prezzo d’acquisto per anni; per capire la differenza con le azioni difensive vedi azioni difensive e cicliche. La regola di fondo resta una sola: una posizione su Intesa va dimensionata in base a quanto saresti sereno se quella parte di portafoglio perdesse valore.

Domande frequenti

Ogni quanto Intesa Sanpaolo paga il dividendo?

Dal 2021 Intesa paga il dividendo in due tranche: un acconto a novembre e un saldo nella primavera successiva. Per l’esercizio 2025 il totale è stato di 0,376 € per azione.

Quante tasse si pagano sul dividendo Intesa Sanpaolo?

Il 26%, trattenuto direttamente dall’intermediario italiano come ritenuta a titolo d’imposta. Su 0,376 € lordi ti restano circa 0,278 € netti per azione.

Le azioni Intesa Sanpaolo si possono mettere in un PIR?

Sì, rientrano nella quota del 70% di imprese italiane di un PIR ordinario, ma non nel sotto-vincolo del 30% riservato alle società fuori dal FTSE MIB. Detenute 5 anni, beneficiano dell’esenzione fiscale.

Il dividendo di Intesa Sanpaolo è garantito?

No. Dipende dagli utili, dalle decisioni del consiglio e dal via libera della vigilanza europea: nel 2020 la BCE chiese a tutte le banche di congelare i dividendi durante la pandemia. A differenza di una cedola obbligazionaria, il dividendo azionario non è un obbligo contrattuale.

Perché il dividendo delle banche dipende dalla BCE?

Le grandi banche dell’area euro sono vigilate dalla Banca Centrale Europea, che può limitare o vietare la distribuzione di utili se ritiene che il capitale vada protetto, come accaduto nel 2020.

Esplora il settore

Questa è una delle schede del settore Banche: vedi tutte le aziende del comparto a confronto, con dividendi e fiscalità.

Azioni · Banche · Indice «Azioni e dividendi»

Questa scheda ha finalità esclusivamente informative e didattiche e non costituisce consulenza finanziaria o fiscale, né una raccomandazione o un invito a comprare o vendere il titolo. Non contiene giudizi di valutazione, target di prezzo o segnali operativi. I dati societari e i dividendi sono tratti da fonti ufficiali alla data indicata e possono variare nel tempo: verifica sempre i documenti aggiornati dell’emittente e di Borsa Italiana prima di qualsiasi decisione. Investire in singole azioni comporta rischi elevati, inclusa la possibile perdita del capitale.
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Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Milano · Autore e responsabile editoriale

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