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Azioni Centrale del Latte d’Italia (CLI): cosa fa, dividendi e fisco

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Azioni Centrale del Latte d’Italia (CLI): cosa fa, dividendi e fisco
A cura di Fisco Investimenti

Questa guida serve a orientare la lettura e preparare domande migliori. Non sostituisce la valutazione del caso concreto: norme, documenti e scadenze possono cambiare in base alla situazione personale o aziendale.

Come aggiorniamo i contenuti
📅 Pubblicato il 14 Giugno 2026

Centrale del Latte d’Italia (CLI): il latte in Borsa

Centrale del Latte d’Italia è uno dei principali gruppi italiani del latte fresco e dei prodotti lattiero-caseari, con marchi locali storici. È un titolo alimentare «di base», quindi difensivo nella domanda, ma con un’insidia tipica del latte: margini sottili. Questa scheda non ti dice se comprarla: spiega che cosa fa, come si è comportato il dividendo, come si tassa e quali rischi corri con una singola small cap a bassa marginalità.

  • Settore: Alimentare · latte fresco e lattiero-caseario
  • ISIN IT0003023980 · ticker CLI · Euronext Milan
  • Sede a Torino → ritenuta italiana del 26%
  • Small cap italiana → ammissibile anche nel sotto-vincolo PIR

Dati aggiornati al 14 giugno 2026. Fonti: Centrale del Latte d’Italia Investor Relations e Borsa Italiana – Euronext Milan. Contenuto informativo e didattico: non è una raccomandazione di acquisto o vendita.

Centrale del Latte d’Italia (in Borsa: CLI) è un gruppo nato dall’aggregazione di storiche «centrali del latte» cittadine — Torino, Firenze, Vicenza, Rapallo e altre — che producono e distribuiscono latte fresco, yogurt e derivati con marchi radicati sul territorio. È un titolo che vive di un prodotto quanto di più quotidiano esista, il latte: difensivo nella domanda, ma alle prese con un mestiere a bassa marginalità.

Useremo CLI come caso di scuola per un tema che molti investitori sottovalutano: un’azienda può operare in un settore «difensivo» e tuttavia avere conti fragili, perché vende una commodity a margini ridotti. Vedremo che cosa fa il gruppo, come si è comportato il dividendo, come funziona la tassazione italiana al 26%, perché una small cap come questa entra anche nella parte «speciale» di un PIR e quali rischi specifici porta con sé.

Carta d’identità: Centrale del Latte d’Italia in breve

DenominazioneCentrale del Latte d’Italia S.p.A.
TickerCLI (Euronext Milan)
ISINIT0003023980
MercatoEuronext Milan
SettoreAlimentare – latte fresco, yogurt e prodotti lattiero-caseari
Sede e domicilio fiscaleTorino, Italia
Azionista di controlloSoci storici e investitori industriali, tramite patto/holding di controllo
OrigineAggregazione di storiche centrali del latte cittadine

Centrale del Latte d’Italia è un gruppo alimentare nato dall’unione di più centrali del latte locali. Produce e vende latte fresco e a lunga conservazione, yogurt, panna e altri derivati, distribuiti soprattutto attraverso la grande distribuzione e con marchi storici legati alle città di origine. È un’azienda «di territorio», con stabilimenti e marchi radicati in alcune aree del Paese.

Il codice ISIN (IT0003023980) è la «targa» internazionale del titolo: è il riferimento più affidabile del nome quando cerchi l’azione nel tuo home banking o nella piattaforma del broker. CLI è quotata su Euronext Milan ma è una small cap di dimensioni contenute: gli scambi sono sottili e il titolo è poco liquido, caratteristiche che pesano sul profilo di rischio, come vedremo.

Che cosa fa Centrale del Latte: i mestieri dietro l’azione

Per capire un’azione bisogna capire da dove arrivano i suoi soldi. I ricavi di Centrale del Latte nascono dalla vendita di prodotti lattiero-caseari, che si possono raggruppare così:

  • Latte fresco e UHT — il cuore dell’attività: latte fresco pastorizzato e latte a lunga conservazione, venduti con i marchi del gruppo.
  • Yogurt e derivati — yogurt, panna, besciamella e altri prodotti freschi a base di latte.
  • Marchi locali — i brand storici legati alle città (Torino, Firenze, Vicenza, Rapallo e altre), che mantengono un legame con il consumatore del territorio.
  • Canali di vendita — soprattutto la grande distribuzione organizzata, oltre a forniture e canali specializzati.

Il punto chiave del modello è che CLI vende un prodotto di larghissimo consumo ma poco differenziato: il latte è una commodity, cioè un bene relativamente indistinto, dove il consumatore percepisce poche differenze tra una marca e l’altra e tende a guardare al prezzo. Questo limita il «potere di marca» e schiaccia i margini, perché è difficile far pagare un premio di prezzo. È una caratteristica che ritroviamo nel cuore dei rischi del titolo.

La struttura del gruppo, nata per aggregazione di centrali cittadine, porta con sé sia vantaggi sia complessità: da un lato la scala e i marchi storici, dall’altro la necessità di razionalizzare stabilimenti e processi per recuperare efficienza. La storia recente del settore lattiero italiano è fatta di consolidamenti, ristrutturazioni e ricerca di sinergie proprio per fronteggiare la pressione sui margini.

Sul piano industriale, infine, i conti dipendono in modo cruciale dal costo del latte alla stalla (la materia prima) e dell’energia, due voci che possono variare molto e che non sempre si trasferiscono subito sul prezzo di vendita, controllato di fatto dalla grande distribuzione. È il nodo centrale di questo titolo, e lo approfondiamo nella prossima sezione.

Difensiva sì, ma a margini sottili: il nodo della commodity

Centrale del Latte è un perfetto esempio per capire un’idea controintuitiva: un titolo può appartenere a un settore «difensivo» e avere comunque conti fragili. La domanda di latte è difensiva, cioè quasi indipendente dal ciclo economico: la gente compra latte e yogurt anche in recessione. Ma questo non basta a rendere l’azione «sicura», perché il problema non è la domanda — è la marginalità.

Il latte è una commodity: un prodotto poco differenziato, su cui il consumatore guarda soprattutto il prezzo e la grande distribuzione esercita una forte pressione. Il risultato è che i margini di chi produce e confeziona latte sono storicamente sottili: si guadagna poco su ogni litro, e basta un rialzo del costo della materia prima o dell’energia per erodere l’utile. È l’opposto di un’azienda con un marchio forte che può far pagare un premio di prezzo.

La lezione per l’investitore è importante: «difensivo» descrive la stabilità della domanda, non la qualità dei profitti. Un’azienda alimentare di base con margini ridotti può avere risultati altalenanti e una redditività modesta proprio perché vende una commodity. Per inquadrare la differenza tra settori più o meno sensibili al ciclo vedi azioni difensive e cicliche, e per imparare a leggere i conti e i margini di un’azienda l’analisi fondamentale.

Storia e politica dei dividendi

Qui serve onestà. Centrale del Latte d’Italia non è un titolo da dividendo affidabile. La storia recente del gruppo è stata segnata da risultati altalenanti e da una marginalità sottile, e in diversi esercizi la società non ha distribuito alcuna cedola, o ne ha distribuita una molto contenuta. È un caso emblematico di dividendo «a singhiozzo», legato alla fragilità dei conti più che a una politica di distribuzione stabile.

Per questo, a differenza di altri titoli alimentari, qui non proponiamo una serie storica di cedole come fosse una rendita prevedibile: sarebbe fuorviante. Il messaggio corretto è che chi guarda a CLI non deve aspettarsi un flusso regolare di dividendi. Se in un dato anno la società delibera una cedola, è frutto dei risultati di quell’esercizio; non è una caratteristica strutturale su cui fare affidamento. Verifica sempre, anno per anno, che cosa è stato effettivamente distribuito.

È l’occasione per ribadire un principio generale che su questo titolo è particolarmente concreto: il dividendo di un’azione non è mai un obbligo. A differenza della cedola di un titolo di Stato, dipende dagli utili e dalle decisioni dell’assemblea, e in un’azienda a margini sottili può facilmente saltare. Il ritorno atteso da un titolo così passa quasi tutto dalla speranza di un recupero del valore (la plusvalenza), non dalle cedole. Per capire la logica di chi punta sulle cedole rispetto a chi preferisce la crescita del capitale, vedi dividendi o accumulazione.

Stacco, record date e pagamento: come funziona

Quando una cedola viene deliberata, per incassarla non basta «possedere l’azione»: conta possederla nei giorni giusti. Il calendario di ogni dividendo ruota intorno a tre date, utili da conoscere perché valgono per qualsiasi azione italiana:

  • Data di stacco (ex-date) — il giorno in cui l’azione comincia a quotare «senza» il dividendo; da quel momento il prezzo si abbassa, in teoria, di un importo pari alla cedola.
  • Record date — il giorno in cui si fotografa chi sono gli azionisti aventi diritto, tipicamente il giorno lavorativo successivo allo stacco.
  • Data di pagamento — il giorno in cui il denaro arriva sul conto, già al netto della ritenuta del 26%.

Su un titolo a dividendo discontinuo e poco liquido come CLI, l’avvertenza è doppia: non dare per scontato che ci sia uno stacco ogni anno, e ricorda che la bassa liquidità può rendere i movimenti di prezzo più irregolari attorno alle date sensibili. In ogni caso, comprare «solo per prendere il dividendo» non crea valore: il prezzo si aggiusta da solo.

Come si tassa il dividendo (quando c’è)

Quando Centrale del Latte distribuisce un dividendo, la fiscalità è semplice perché è una società italiana con sede a Torino: il dividendo incassato tramite un intermediario italiano sconta una ritenuta a titolo d’imposta del 26%, applicata direttamente dalla banca o dal broker. Non devi dichiarare nulla e ricevi l’importo già netto.

Esempio. Ipotizziamo un dividendo da 0,10 € ad azione su 1.000 azioni: il lordo è 100 €. La ritenuta del 26% vale 26 €, quindi ti restano 74 € netti. È solo un esempio didattico: su CLI il dividendo non è regolare, quindi verifica sempre se e quanto è stato effettivamente deliberato.

Il meccanismo si chiama «sostituto d’imposta»: l’intermediario trattiene il 26% e lo versa allo Stato al posto tuo, così il dividendo non concorre al tuo reddito IRPEF e non va in dichiarazione. La ritenuta è «a titolo d’imposta» e non «d’acconto»: non la recuperi nemmeno con un’aliquota IRPEF più bassa. Il 26% è secco, uguale per tutti.

Il caso si complicherebbe solo per società con sede all’estero (ritenuta estera e doppia imposizione): per CLI, società torinese, non è un problema, ed è uno dei motivi per cui è «fiscalmente semplice». Per il quadro completo vedi la tassazione dei dividendi italiani ed esteri.

Plusvalenze: la tassa se vendi in guadagno

Su un titolo come CLI, in cui il dividendo è incerto, la plusvalenza è di fatto il principale motore (e rischio) del rendimento: è la differenza tra prezzo di vendita e di acquisto, e viene tassata al 26% come il dividendo. Le plusvalenze su azioni rientrano tra i «redditi diversi» e possono essere compensate con le minusvalenze realizzate su altri titoli.

Le minusvalenze restano utilizzabili per compensare guadagni futuri fino al quarto anno successivo a quello in cui le hai realizzate. In «regime amministrato» è la banca a fare i calcoli e i versamenti; in «regime dichiarativo» riporti tutto nel quadro RT della dichiarazione. I dettagli sono in guida al capital gain al 26% e in compensazione delle minusvalenze.

Su un titolo fragile è bene ricordare anche il rovescio: la minusvalenza è una possibilità concreta. Se vendi in perdita, quella minusvalenza non va sprecata: registrala, perché potrai usarla per compensare plusvalenze future su altri titoli entro quattro anni. È uno dei pochi «vantaggi» fiscali delle operazioni in perdita. Ricorda infine il costo medio ponderato: quando compri lo stesso titolo a prezzi diversi, è quello a determinare la plusvalenza o la minusvalenza alla vendita.

Centrale del Latte dentro un PIR: il sotto-vincolo del 30%

Centrale del Latte può stare in un PIR? Sì, sul piano tecnico. Un PIR «ordinario» deve investire almeno il 70% in strumenti di imprese italiane, e di quel 70% almeno il 30% deve andare a società non incluse nel FTSE MIB. CLI, essendo una small cap italiana fuori dall’indice principale, rientra in quel sotto-vincolo del 30%. L’ammissibilità tecnica, però, non dice nulla sulla qualità dell’investimento: è una caratteristica fiscale, non un giudizio sul titolo.

Il vantaggio del PIR è che, mantenendo l’investimento per almeno 5 anni, plusvalenze e dividendi sono esenti da imposta. Su un titolo come CLI, dove il dividendo è incerto, il beneficio si concentrerebbe soprattutto sull’eventuale plusvalenza. È bene però non rovesciare il ragionamento: un titolo non diventa «buono» perché è PIR-compatibile. Il PIR è una cornice fiscale, non una garanzia di rendimento.

Lo strumento ha inoltre regole stringenti: esiste un tetto annuo e complessivo agli importi investibili, il vincolo dei 5 anni va rispettato (vendere prima fa decadere i benefici, con recupero delle imposte), e va aperto presso un intermediario che offra il «contenitore» PIR. Per capire come funziona e quando conviene, vedi la guida ai PIR.

Come si compra Centrale del Latte dall’Italia

Come si compra dall’Italia

Per comprare azioni Centrale del Latte d’Italia dall’Italia ti serve un conto titoli presso una banca o un broker che dia accesso a Euronext Milan (praticamente tutti). Cerchi il titolo con il codice ISIN IT0003023980 o il ticker CLI e invii un ordine: «a mercato» per eseguire subito al prezzo corrente, oppure «con limite» per fissare il prezzo massimo che sei disposto a pagare.

Su una small cap poco liquida come questa il limite di prezzo è particolarmente importante: lo spread tra acquisto e vendita può essere ampio, e un ordine «a mercato» rischia di eseguirsi a un prezzo sensibilmente peggiore del previsto. Tieni presente che su titoli così sottili anche piccoli ordini possono muovere il prezzo. Sui costi fai attenzione alle commissioni del broker e all’imposta di bollo sul deposito titoli (0,2% annuo sul controvalore).

Azione singola o ETF: come decidere il peso

È la domanda che si pone chiunque guardi un singolo titolo: meglio comprare la singola azione o un ETF che la contiene insieme a tante altre? Non c’è una risposta «giusta» universale, e non è una risposta che possiamo darti noi: dipende dai tuoi obiettivi, dall’orizzonte temporale e da quanta concentrazione sei disposto a sopportare. Possiamo però mettere in fila le differenze che contano.

Con la singola azione scegli esattamente l’azienda su cui puntare — qui, una scommessa molto specifica e concentrata sul settore del latte italiano — e non paghi commissioni di gestione annue. In cambio concentri tutto su un solo titolo, per giunta poco liquido e a margini sottili: se CLI attraversa una fase difficile, non c’è nulla in portafoglio che compensi. Con un ETF — per esempio un fondo sui beni di consumo di base o sull’alimentare globale — possiedi una piccola fetta di centinaia di società: rinunci alla scommessa mirata e paghi un piccolo costo annuo (il TER), ma ottieni diversificazione automatica.

Una via di mezzo molto usata è considerare la singola azione come una quota satellite di un portafoglio che ha al centro fondi diversificati: una posizione contenuta, di cui conosci bene rischi e fiscalità, accanto a un nucleo più stabile. Su un titolo fragile come questo, la prudenza nel dimensionamento conta ancora di più. Per ragionare sul peso di un titolo e sulla sua dimensione vedi large, mid e small cap.

I rischi specifici di una small cap a bassa marginalità

Comprare una sola azione non è diversificare. Per quanto «difensiva» nella domanda, Centrale del Latte resta un singolo titolo small cap a margini sottili e poco liquido: se va male, non c’è nient’altro a compensare. Un ETF azionario contiene centinaia o migliaia di società e attutisce il colpo del singolo emittente.

Il rischio più specifico di CLI è la marginalità ridotta: vendendo una commodity come il latte, basta un rialzo del costo della materia prima o dell’energia, o una stretta della grande distribuzione sui prezzi, per erodere un utile già sottile. È un’azienda con poca «cuscinetto» tra ricavi e costi, e questo rende i risultati altalenanti.

Il secondo è il potere della grande distribuzione e la concorrenza delle marche del distributore, che sul latte è particolarmente forte. Il terzo è il rischio finanziario e di ristrutturazione: un’azienda a bassa redditività ha meno risorse per investire e può dover razionalizzare stabilimenti e costi. Il quarto, accentuato qui, è la bassa liquidità del titolo: comprare e vendere può essere difficile e avvenire a prezzi molto volatili, con spread ampi.

Tutti questi fattori si sommano al rischio più banale ma più importante: quello di prezzo. Il valore di un’azione oscilla ogni giorno e può restare sotto il prezzo d’acquisto per anni, e su un titolo fragile e senza dividendo regolare manca anche la cedola a «compensare» l’attesa. La regola di fondo resta una sola: una posizione su CLI va dimensionata in base a quanto saresti sereno se quella parte di portafoglio perdesse valore. Per ragionare sul peso da dare a una small cap vedi large, mid e small cap.

Domande frequenti

Che cosa fa Centrale del Latte d'Italia?

È un gruppo alimentare nato dall’aggregazione di storiche centrali del latte cittadine (Torino, Firenze, Vicenza, Rapallo e altre). Produce e vende latte fresco e UHT, yogurt e derivati con marchi locali, soprattutto attraverso la grande distribuzione.

Centrale del Latte paga dividendi?

Non in modo affidabile. La storia recente è segnata da risultati altalenanti e margini sottili, e in diversi esercizi la cedola è stata assente o molto contenuta. Non è un titolo da reddito: non aspettarti un flusso regolare di dividendi e verifica anno per anno.

Perché un titolo alimentare «difensivo» può avere conti fragili?

Perché il latte è una commodity: un prodotto poco differenziato su cui il consumatore guarda il prezzo e la grande distribuzione fa pressione. La domanda è stabile, ma i margini sono sottili. «Difensivo» descrive la domanda, non la qualità dei profitti.

Quante tasse si pagano sul dividendo di CLI?

Quando c’è, il 26%, trattenuto direttamente dall’intermediario italiano come ritenuta a titolo d’imposta. Essendo una società con sede a Torino, non c’è ritenuta estera né doppia imposizione.

Le azioni Centrale del Latte si possono mettere in un PIR?

Tecnicamente sì: essendo una small cap italiana fuori dal FTSE MIB, rientra nel sotto-vincolo del 30% di un PIR ordinario, con esenzione fiscale dopo 5 anni. L’ammissibilità tecnica, però, non è un giudizio sulla qualità dell’investimento.

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Questa scheda ha finalità esclusivamente informative e didattiche e non costituisce consulenza finanziaria o fiscale, né una raccomandazione o un invito a comprare o vendere il titolo. Non contiene giudizi di valutazione, target di prezzo o segnali operativi. I dati societari e i dividendi sono tratti da fonti ufficiali alla data indicata e possono variare nel tempo: verifica sempre i documenti aggiornati dell’emittente e di Borsa Italiana prima di qualsiasi decisione. Investire in singole azioni comporta rischi elevati, inclusa la possibile perdita del capitale.
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Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Milano · Autore e responsabile editoriale

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