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Comprare casa per affittarla: come calcolare il rendimento netto

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Comprare casa per affittarla: come calcolare il rendimento netto
A cura di Fisco Investimenti

Questa guida serve a orientare la lettura e preparare domande migliori. Non sostituisce la valutazione del caso concreto: norme, documenti e scadenze possono cambiare in base alla situazione personale o aziendale.

Come aggiorniamo i contenuti
📅 Pubblicato il 10 Giugno 2026🔄 Aggiornato il 12 Giugno 2026


«Comprare casa per metterla a reddito» è l’investimento immobiliare classico dell’italiano. Ma il rendimento vero non è l’affitto diviso il prezzo: è quello che resta al netto di tasse, spese, periodi di sfitto e costi d’acquisto. E spesso è molto più basso di quanto si creda.

Vediamo come calcolarlo davvero, con un esempio, per decidere con i numeri in mano.

In sintesi

  • Il rendimento lordo (affitto annuo / prezzo) è solo il punto di partenza, non la verità.
  • Vanno sottratti IMU, manutenzione, sfitto, spese di gestione e tassazione dell’affitto.
  • I costi d’acquisto (imposte, notaio, agenzia) abbassano il rendimento del primo periodo.
  • Il netto realistico di molti immobili residenziali è spesso intorno al 2-3%, da confrontare con le alternative.

Dal rendimento lordo a quello netto

Il rendimento lordo è semplice: canone annuo diviso prezzo di acquisto. Un appartamento da 150.000 euro affittato a 750 euro al mese rende 9.000 euro l’anno, cioè il 6% lordo. Sembra ottimo. Ma è un numero teorico: il rendimento che conta è quello netto, che si ottiene sottraendo tutte le voci che erodono quell’incasso. È qui che molti investitori improvvisati si illudono.

Le voci che erodono il rendimento

  • IMU: sulla seconda casa si paga, e incide ogni anno.
  • Manutenzione: ordinaria e straordinaria, più la quota di spese condominiali a carico del proprietario.
  • Sfitto: i mesi senza inquilino vanno messi in conto, soprattutto al cambio di locatario.
  • Morosità e gestione: il rischio di mancato pagamento e i costi di gestione (o l’agenzia).
  • Tassazione dell’affitto: con la cedolare secca o nel reddito IRPEF ordinario.
  • Costi d’acquisto iniziali: imposte di registro o IVA, notaio, eventuale agenzia: spese una tantum che pesano sul rendimento dei primi anni.

Un esempio numerico

Riprendiamo l’appartamento da 150.000 euro con 9.000 euro di canone annuo (6% lordo). Ipotizziamo: IMU 600 euro, manutenzione e quota condominiale a carico del proprietario 900 euro, un mese di sfitto medio l’anno (-750), tassazione dell’affitto con cedolare secca. L’incasso effettivo scende, e dopo la tassazione il netto si colloca intorno al 2,5-3%. A questo, nel primo periodo, va aggiunto l’ammortamento dei costi d’acquisto. È un rendimento dignitoso ma lontano dal 6% iniziale, e va confrontato con ciò che renderebbero le alternative a parità di rischio.

La cedolare secca, in breve

Sugli affitti abitativi si può optare per la cedolare secca, un’imposta sostitutiva a aliquota fissa al posto dell’IRPEF ordinaria e delle imposte di registro/bollo sul contratto. Conviene quasi sempre rispetto alla tassazione ordinaria per chi ha redditi medi, ma l’aliquota e le condizioni vanno verificate per l’anno e il tipo di contratto. Qui la trattiamo come una voce di costo fiscale dell’investimento, non come guida al contratto: per gli aspetti contrattuali e dichiarativi rimandiamo alle fonti ufficiali.

Il confronto che conta davvero

Un netto del 2,5-3% non è di per sé né buono né cattivo: va confrontato con le alternative a parità di rischio e di impegno. Un BTP a medio termine, tassato al 12,5%, o un portafoglio diversificato, offrono rendimenti da valutare senza l’impegno gestionale dell’immobile e con piena liquidità. L’immobile aggiunge però due elementi: la possibile rivalutazione del valore nel tempo e l’effetto della leva se acquistato con mutuo. Mettere tutto sullo stesso foglio — rendimento netto, rivalutazione attesa, leva, liquidità e impegno — è l’unico modo per decidere con onestà.

Errori da evitare

  • Fermarsi al rendimento lordo, ignorando IMU, spese, sfitto e tasse.
  • Dimenticare i costi d’acquisto (imposte, notaio, agenzia) nel calcolo iniziale.
  • Non mettere in conto i mesi di sfitto e il rischio di morosità.
  • Non confrontare il netto con le alternative finanziarie a parità di rischio.

Quando conviene farsi seguire

Calcolare il rendimento netto reale e confrontarlo con le alternative è un’analisi che ripaga prima di firmare.

Un professionista può aiutarti a impostare il calcolo e a valutare la convenienza fiscale dell’operazione.

Vuoi una verifica sul tuo caso concreto?

La fiscalità degli investimenti si gioca sui dettagli: aliquote, compensazioni, adempimenti esteri e scadenze si sommano in modo poco visibile. Un professionista può leggere la tua situazione e dirti cosa ottimizzare.

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Domande frequenti

Come si calcola il rendimento netto di un immobile da affittare?

Si parte dal canone annuo, si sottraggono IMU, manutenzione e spese a carico del proprietario, i mesi di sfitto e la tassazione dell’affitto, e si rapporta al prezzo comprensivo dei costi d’acquisto. Il netto è spesso molto inferiore al lordo.

Quanto rende davvero affittare una casa?

Dipende da zona e immobile, ma il rendimento netto di molti immobili residenziali si colloca spesso intorno al 2-3% annuo, da confrontare con le alternative finanziarie a parità di rischio.

Conviene la cedolare secca?

Per molti proprietari con redditi medi la cedolare secca è più conveniente della tassazione IRPEF ordinaria, ma l’aliquota e le condizioni dipendono dal tipo di contratto e dall’anno: vanno verificate sulle fonti ufficiali.

Fonti ufficiali

Le regole fiscali cambiano con le leggi di bilancio: verifica sempre la norma vigente nell’anno d’imposta che ti interessa sulle fonti ufficiali.

Contenuto informativo, non sostituisce la consulenza di un professionista abilitato sul tuo caso concreto.

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Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Milano · Autore e responsabile editoriale

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Avvertenza: i contenuti di Fisco Investimenti hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa. L’autore è un praticante commercialista in formazione, non iscritto all’albo: i contenuti non costituiscono consulenza professionale. Per decisioni operative su casi specifici rivolgersi a un professionista abilitato.