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Azioni De’Longhi (DLG): cosa fa, dividendi e fiscalità

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Azioni De’Longhi (DLG): cosa fa, dividendi e fiscalità
A cura di Fisco Investimenti

Questa guida serve a orientare la lettura e preparare domande migliori. Non sostituisce la valutazione del caso concreto: norme, documenti e scadenze possono cambiare in base alla situazione personale o aziendale.

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📅 Pubblicato il 14 Giugno 2026

De’Longhi (DLG): profilo, dividendi e tasse, spiegati a chi investe

De’Longhi è il gruppo trevigiano dei piccoli elettrodomestici: macchine per il caffè, comfort domestico e cucina, con i marchi De’Longhi, Kenwood, Braun e Nutribullet. È una mid cap molto seguita dagli investitori italiani. Questa scheda non ti dice se comprarla: ti spiega che cosa fa l’azienda, come paga il dividendo, come viene tassato e quali rischi corri con una singola azione.

  • Settore: Beni di consumo · Piccoli elettrodomestici
  • Dividendo 2024 (anno di stacco): 0,67 €/azione (acconto + saldo)
  • ISIN IT0003115950 · ticker DLG · FTSE Italia Mid Cap
  • Sede a Treviso → ritenuta italiana del 26%

Dati aggiornati al 14 giugno 2026. Fonti: De’Longhi Investor Relations (storico dividendi) e Borsa Italiana – Euronext Milan (ISIN, mercato e indice). Contenuto informativo: non è una raccomandazione di acquisto o vendita.

Quando si parla di «azioni De’Longhi» si pensa subito alla macchina del caffè in cucina. Ma dietro al titolo c’è un gruppo industriale globale che progetta, produce e vende piccoli elettrodomestici in tutto il mondo, con un portafoglio di marchi storici. Capire da dove arrivano i suoi ricavi — e capire la fiscalità del dividendo e della plusvalenza — è il modo serio di avvicinarsi al titolo. Qui trovi tutto in chiave didattica e fiscale, senza giudizi di valore né target di prezzo.

Useremo De’Longhi anche come «caso di scuola» per spiegare concetti che valgono per qualsiasi azione italiana di media capitalizzazione: come si legge la storia di un dividendo che cambia ogni anno, come funziona lo stacco della cedola, che differenza c’è tra tassare un dividendo e tassare una plusvalenza, e perché una mid cap come questa ha un trattamento particolare dentro un PIR. Se impari a leggere questa scheda, saprai leggerle tutte.

Carta d’identità: De’Longhi in breve

DenominazioneDe’Longhi S.p.A.
TickerDLG (Euronext Milan)
ISINIT0003115950
MercatoEuronext Milan (ex Borsa Italiana)
IndiceFTSE Italia Mid Cap
SettoreBeni di consumo durevoli – piccoli elettrodomestici
Sede e domicilio fiscaleTreviso, Italia (Via Lodovico Seitz 47)
ControlloFamiglia De’Longhi (azionista di riferimento)
In Borsa dal2001

De’Longhi è una delle aziende familiari italiane più note al mondo: progetta e vende piccoli elettrodomestici — soprattutto macchine per il caffè — distribuiti in oltre cento Paesi. A differenza di una big cap come Eni o Enel, è una società di media capitalizzazione (mid cap) controllata stabilmente dalla famiglia fondatrice, un dettaglio che ne segna la storia e la politica dei dividendi. È quotata a Piazza Affari ed è inserita nel FTSE Italia Mid Cap, l’indice delle medie imprese italiane.

Il codice ISIN (IT0003115950) è la «targa» internazionale del titolo: è il riferimento che usi quando cerchi l’azione nel tuo home banking o nella piattaforma del broker, ed è più affidabile del semplice nome. Quando leggi una scheda come questa, il primo riflesso utile è verificare ISIN, mercato e indice di appartenenza: ti dicono quale strumento stai davvero comprando, e — come vedremo nella sezione sul PIR — l’indice in cui rientra un titolo ha conseguenze fiscali precise.

Che cosa fa De’Longhi: i mestieri dietro l’azione

Per capire un’azione bisogna capire da dove arrivano i suoi soldi. I ricavi di De’Longhi nascono dalla vendita di apparecchi per la casa, organizzati attorno ad alcune grandi famiglie di prodotto, ciascuna con dinamiche di mercato diverse:

  • Caffè — il cuore del gruppo: macchine espresso manuali e, soprattutto, le macchine automatiche «superautomatiche» (chicchi in tazza). È il segmento a maggiore crescita e marginalità, trainato dalla diffusione del caffè di qualità in casa.
  • Comfort domestico — climatizzatori portatili, deumidificatori, stufe e radiatori: una categoria storica, sensibile alle stagioni e al clima.
  • Cucina e preparazione cibo — robot da cucina, friggitrici, frullatori, in buona parte sotto i marchi Kenwood e Nutribullet.
  • Cura della casa e della persona — l’area legata al marchio Braun, in licenza per molti prodotti, dalla cura dei capelli alla stiratura.

La crescita del gruppo negli ultimi anni è stata trainata soprattutto dal caffè: la macchina automatica per l’espresso in casa è diventata un fenomeno globale, e De’Longhi è uno dei marchi leader del segmento. Questo ha un risvolto importante per chi guarda al titolo: la redditività dell’azienda non dipende solo dai volumi, ma dalla capacità di vendere prodotti a prezzo più alto e marginalità maggiore, come appunto le macchine premium. È un’azienda di consumo, ma con un profilo che ricorda più i beni durevoli «aspirazionali» che gli elettrodomestici di base.

Il modello industriale è quello di un gruppo internazionale: produce in vari Paesi, vende in tutto il mondo e acquista una parte dei componenti in valuta diversa dall’euro. Questo significa che i conti sono esposti all’andamento dei cambi e al costo delle materie prime (metalli, plastiche, componenti elettronici). Su questi rischi torniamo nell’ultima sezione: per ora basti sapere che, a differenza di un’utility che vende solo in Italia, De’Longhi è una società «globale» anche nei rischi.

I marchi e l’effetto del caffè

Una caratteristica che distingue De’Longhi è di non essere un marchio solo, ma un portafoglio di marchi. Oltre a De’Longhi, il gruppo controlla o gestisce in licenza nomi noti come Kenwood (robot da cucina), Braun (cura della persona, in licenza) e Nutribullet (frullatori). Per l’azionista questo è rilevante perché diversifica i ricavi: se una categoria rallenta, le altre possono compensare.

Il marchio, in un’azienda di consumo, è un asset economico vero e proprio: è ciò che permette di vendere lo stesso prodotto a un prezzo più alto rispetto a un concorrente sconosciuto. Quando valuti un’azienda come De’Longhi, la forza dei marchi e la loro capacità di mantenere prezzi e margini nel tempo contano almeno quanto i volumi venduti. È uno dei concetti chiave dell’analisi fondamentale, la disciplina che studia il valore di un’azienda dietro il prezzo dell’azione.

Storia e politica dei dividendi

Dividendo De'Longhi per azione, per anno di stacco (€)20210.54 €20220.83 €20230.48 €20240.67 €
Dividendo complessivo per azione, per anno di pagamento (acconto + saldo). Fonte: De’Longhi Investor Relations.

De’Longhi distribuisce il dividendo in funzione degli utili dell’anno e, in alcuni esercizi, lo ha pagato in due tranche (un acconto e un saldo). A differenza di un titolo a cedola «progressiva» come certe big cap, qui l’importo varia di anno in anno in base ai risultati: è un dividendo legato alla redditività, non un impegno a crescere ogni anno. La famiglia di controllo, azionista di lungo periodo, tende comunque a favorire una remunerazione stabile.

La variabilità dell’importo è un punto da capire bene. Un anno di forte utile può portare a un dividendo generoso; un anno difficile lo riduce. Per questo, con un titolo come De’Longhi, guardare al «rendimento da dividendo» di un singolo anno può ingannare: conta la capacità dell’azienda di generare utili nel tempo, non la cedola di un esercizio isolato. È una differenza che vale la pena tenere a mente quando si confronta una mid cap industriale con un titolo «da reddito» puro.

Attenzione all’idea che la cedola sia «sicura per definizione». Il dividendo di un’azione, a differenza della cedola di un titolo di Stato, non è un obbligo contrattuale: dipende dagli utili e dalle decisioni dell’assemblea, e può essere ridotto o sospeso in un anno difficile. Un rendimento da dividendo molto alto, anzi, a volte è un campanello d’allarme più che un’occasione: è il fenomeno della «dividend trap». Se ti interessa la logica di chi punta sulle cedole rispetto a chi preferisce far crescere il capitale, la mettiamo a confronto in dividendi o accumulazione.

Stacco, record date e pagamento: come funziona

Per incassare un dividendo non basta «possedere l’azione»: conta possederla nei giorni giusti. Il calendario di ogni cedola ruota intorno a tre date, valide per qualsiasi azione, non solo per De’Longhi:

  • Data di stacco (ex-date) — il giorno in cui l’azione comincia a quotare «senza» il dividendo. Da quel momento il prezzo si abbassa, in teoria, di un importo pari alla cedola: per questo non esiste un «trucco» per incassare il dividendo e rivendere subito guadagnandoci.
  • Record date — il giorno in cui si fotografa chi sono gli azionisti aventi diritto. Cade tipicamente il giorno lavorativo successivo allo stacco.
  • Data di pagamento — il giorno in cui il denaro arriva sul conto, già al netto della ritenuta del 26%.

Quando De’Longhi paga in due tranche (acconto e saldo), queste tre date si ripetono per ciascuna tranche. Il punto da ricordare è concettuale: comprare un’azione il giorno prima dello stacco solo «per prendere il dividendo» non crea valore, perché il prezzo si aggiusta da solo. Il dividendo distribuisce utili reali nel tempo, non è un’occasione di guadagno immediato.

Quanto rende il dividendo e come si tassa

Il rendimento da dividendo (dividend yield) si calcola dividendo la cedola annua per il prezzo dell’azione. È un valore che cambia ogni giorno con il prezzo e, per De’Longhi, anche con l’importo del dividendo dell’anno: qui non ne diamo uno «ufficiale». Trovi la formula spiegata passo-passo nella guida al rendimento da dividendi.

Sul piano fiscale De’Longhi è semplice, perché è una società italiana con sede a Treviso: il dividendo incassato tramite un intermediario italiano sconta una ritenuta a titolo d’imposta del 26%, applicata direttamente dalla banca o dal broker. Non devi dichiarare nulla e ricevi l’importo già netto.

Esempio. Possiedi 200 azioni De’Longhi e incassi un dividendo da 0,67 € ad azione: il lordo è 134 €. La ritenuta del 26% vale 34,84 €, quindi ti restano 99,16 € netti. Lo stesso meccanismo si applica a ogni tranche, acconto e saldo.

Il meccanismo tecnico si chiama «sostituto d’imposta»: l’intermediario trattiene il 26% e lo versa allo Stato al posto tuo, così il dividendo non concorre al tuo reddito IRPEF e non va riportato in dichiarazione. È un vantaggio di semplicità non da poco, ma ha un risvolto: poiché la ritenuta è «a titolo d’imposta» e non «d’acconto», non puoi recuperarla nemmeno se hai un’aliquota IRPEF più bassa. Il 26% è secco, uguale per tutti.

Il caso si complica solo per le azioni di società con sede all’estero, dove entra in gioco una ritenuta estera e il tema della doppia imposizione: per De’Longhi, società trevigiana, non è un problema, ed è uno dei motivi per cui è un titolo «fiscalmente semplice». Per il quadro completo vedi la tassazione dei dividendi italiani ed esteri e, per i casi esteri, i dividendi esteri e la doppia imposizione.

Plusvalenze: la tassa se vendi in guadagno

Se un giorno vendi le azioni a un prezzo più alto di quello d’acquisto, la differenza è una plusvalenza e viene tassata al 26%, come il dividendo. Le plusvalenze su azioni rientrano tra i «redditi diversi» e quindi possono essere compensate con le minusvalenze (le perdite) realizzate su altri titoli.

Le minusvalenze restano utilizzabili per compensare guadagni futuri fino al quarto anno successivo a quello in cui le hai realizzate. Se usi un broker in «regime amministrato» è la banca a fare i calcoli e i versamenti per te; in «regime dichiarativo» devi riportare tutto nel quadro RT della dichiarazione. I dettagli sono in guida al capital gain al 26% e in compensazione delle minusvalenze.

C’è un’asimmetria fiscale importante per chi compra singole azioni come De’Longhi: i dividendi non possono essere usati per recuperare le minusvalenze, mentre le plusvalenze sì. Se hai accumulato perdite in passato, le abbatti solo vendendo altri titoli in guadagno, non incassando cedole. È una delle differenze tecniche che rendono la gestione di un portafoglio di azioni più «manuale» rispetto a un ETF ad accumulazione, dove la tassazione scatta solo alla vendita. Quando hai comprato lo stesso titolo in più momenti a prezzi diversi, infine, il guadagno si calcola sul costo medio ponderato: tieni traccia dei prezzi di carico.

De’Longhi dentro un PIR: il sotto-vincolo del 30%

De’Longhi e il PIR: un vantaggio in più. Un Piano Individuale di Risparmio «ordinario» deve investire almeno il 70% in strumenti di imprese italiane, e di quel 70% almeno il 30% in società che NON fanno parte del FTSE MIB. De’Longhi, essendo una mid cap fuori dal paniere delle 40 big cap, rientra proprio in quel sotto-vincolo del 30%: è esattamente il tipo di titolo che un PIR ordinario deve contenere. Per le medie imprese italiane, quindi, il PIR è una cornice particolarmente «su misura».

Questo è un punto che distingue una mid cap come De’Longhi da una big cap del FTSE MIB. Le grandi blue chip riempiono solo la quota principale del 70% del PIR; le medie imprese come De’Longhi servono invece a soddisfare anche il sotto-vincolo del 30% riservato alle società fuori dal listino principale. In altre parole, è uno dei titoli che il PIR «cerca» per definizione.

Il vantaggio del PIR è notevole sul piano fiscale: se mantieni l’investimento per almeno 5 anni, le plusvalenze e i dividendi sono esenti da imposta. Su un titolo come De’Longhi l’esenzione del 26% sul dividendo, ripetuta per anni, e soprattutto quella sulla plusvalenza in caso di forte crescita del titolo, possono incidere parecchio. Lo strumento ha però regole stringenti: un tetto annuo e complessivo agli importi, il vincolo dei 5 anni (vendere prima fa decadere i benefici) e l’apertura presso un intermediario che offra il «contenitore» PIR. Vantaggi e limiti sono spiegati nella guida ai PIR.

Come si compra De’Longhi dall’Italia

Come si compra dall’Italia

Per comprare azioni De’Longhi dall’Italia ti serve un conto titoli presso una banca o un broker che dia accesso a Euronext Milan (praticamente tutti). Cerchi il titolo con il codice ISIN IT0003115950 o il ticker DLG e invii un ordine: «a mercato» per eseguire subito al prezzo corrente, oppure «con limite» per fissare il prezzo massimo che sei disposto a pagare.

Sui costi fai attenzione a due voci: le commissioni di negoziazione del broker e l’imposta di bollo sul deposito titoli (0,2% annuo sul controvalore). Comprare una singola azione non comporta i costi di gestione di un fondo, ma ti espone al rischio di un solo titolo: ne parliamo qui sotto.

Azione singola o ETF: come decidere il peso

È la domanda che si pone chiunque guardi un titolo come De’Longhi: meglio la singola azione o un ETF che la contiene insieme a tante altre? Non c’è una risposta «giusta» universale, e soprattutto non possiamo darla noi: dipende dai tuoi obiettivi, dall’orizzonte temporale e da quanta concentrazione sei disposto a sopportare. Possiamo però mettere in fila le differenze che contano.

Con la singola azione scegli esattamente l’azienda su cui puntare, incassi il suo dividendo specifico e non paghi commissioni di gestione annue. In cambio concentri tutto su un solo titolo: se De’Longhi attraversa una fase difficile, non c’è nulla in portafoglio che compensi. Con un ETF — per esempio un fondo sui beni di consumo o sull’intero mercato — possiedi una piccola fetta di centinaia di società: rinunci alla «scommessa mirata» e paghi un piccolo costo annuo (il TER), ma ottieni diversificazione automatica. Una mid cap come De’Longhi, dentro un indice mondiale, pesa pochissimo.

Una via di mezzo molto usata è considerare la singola azione come una quota satellite di un portafoglio che ha al centro fondi diversificati: una posizione contenuta, di cui conosci bene rischi e fiscalità, accanto a un nucleo più stabile. Per ragionare sul peso di un titolo e sulla sua dimensione vedi large, mid e small cap; per imparare a leggere i conti di un’azienda, l’analisi fondamentale.

I rischi specifici di una singola azione De’Longhi

Comprare una sola azione non è diversificare. Per quanto noto sia il marchio, De’Longhi resta un singolo titolo: se va male, non c’è nient’altro a compensare. Un ETF azionario contiene centinaia o migliaia di società e attutisce il colpo del singolo emittente.

Oltre al rischio generale di concentrazione, un’azione De’Longhi porta con sé rischi specifici. Il primo è che si tratta di un’azienda di beni di consumo discrezionali: macchine del caffè, robot da cucina e climatizzatori non sono beni di prima necessità, e in una fase di calo dei consumi le famiglie tendono a rimandarne l’acquisto. È un titolo sensibile al ciclo economico e alla fiducia dei consumatori.

Il secondo è il rischio di costi e materie prime: metalli, plastiche e componenti elettronici incidono sui margini, e il loro rincaro può comprimere gli utili. Il terzo è il rischio di cambio: De’Longhi vende in tutto il mondo e acquista parte dei componenti in valuta estera, quindi l’andamento dell’euro contro dollaro e altre valute incide sui conti. Il quarto è la concorrenza: il segmento delle macchine per il caffè è redditizio e attira nuovi concorrenti, che possono erodere quote di mercato e margini.

Tutti questi fattori si sommano al rischio più banale ma più importante: quello di prezzo. Il valore di un’azione oscilla ogni giorno e può restare sotto il prezzo d’acquisto per anni. Per ragionare sul peso da dare a un singolo titolo vedi large, mid e small cap, e per distinguere le azioni più legate al ciclo da quelle più stabili vedi azioni difensive e cicliche. La regola di fondo resta una sola: una posizione su De’Longhi va dimensionata in base a quanto saresti sereno se quella parte di portafoglio perdesse valore.

Domande frequenti

Quante volte all'anno De'Longhi paga il dividendo?

Dipende dall’esercizio: in alcuni anni De’Longhi ha distribuito il dividendo in due tranche (un acconto e un saldo), in altri in un’unica soluzione. L’importo varia in funzione degli utili dell’anno.

Quante tasse si pagano sul dividendo De'Longhi?

Il 26%, trattenuto direttamente dall’intermediario italiano come ritenuta a titolo d’imposta. Su 0,67 € lordi per azione ti restano circa 0,496 € netti.

Le azioni De'Longhi si possono mettere in un PIR?

Sì, ed è un caso favorevole: essendo una mid cap fuori dal FTSE MIB, De’Longhi rientra nel sotto-vincolo del 30% riservato alle società non incluse nel listino principale. Detenuta 5 anni in un PIR, beneficia dell’esenzione fiscale.

Il dividendo di De'Longhi è garantito?

No. Dipende dagli utili e dalle decisioni dell’assemblea e varia di anno in anno. A differenza della cedola di un titolo di Stato, il dividendo azionario non è un obbligo contrattuale e può essere ridotto o sospeso.

Conviene di più un'azione De'Longhi o un ETF?

Non è una scelta che possiamo consigliarti: dipende dai tuoi obiettivi. Sul piano del rischio, però, una singola azione concentra tutto su un’azienda, mentre un ETF distribuisce l’investimento su molte società.

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Questa scheda ha finalità esclusivamente informative e didattiche e non costituisce consulenza finanziaria o fiscale, né una raccomandazione o un invito a comprare o vendere il titolo. Non contiene giudizi di valutazione, target di prezzo o segnali operativi. I dati societari e i dividendi sono tratti da fonti ufficiali alla data indicata e possono variare nel tempo: verifica sempre i documenti aggiornati dell’emittente e di Borsa Italiana prima di qualsiasi decisione. Investire in singole azioni comporta rischi elevati, inclusa la possibile perdita del capitale.
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Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Milano · Autore e responsabile editoriale

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Avvertenza: i contenuti di Fisco Investimenti hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa. L’autore è un praticante commercialista in formazione, non iscritto all’albo: i contenuti non costituiscono consulenza professionale. Per decisioni operative su casi specifici rivolgersi a un professionista abilitato.