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Azioni Irce (IRC): cosa fa, dividendi e fiscalità

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Azioni Irce (IRC): cosa fa, dividendi e fiscalità
A cura di Fisco Investimenti

Questa guida serve a orientare la lettura e preparare domande migliori. Non sostituisce la valutazione del caso concreto: norme, documenti e scadenze possono cambiare in base alla situazione personale o aziendale.

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📅 Pubblicato il 14 Giugno 2026

Irce (IRC): i fili di rame dietro motori e trasformatori

Irce è una piccola società industriale di Imola che produce fili smaltati e cavi elettrici — i conduttori che fanno funzionare motori, trasformatori e impianti. È una micro cap poco conosciuta ma con una caratteristica didattica preziosa: i suoi margini dipendono dal prezzo del rame. Questa scheda spiega che cosa fa, come paga il dividendo e perché il rame è la chiave per capire il titolo.

  • Settore: conduttori elettrici · fili smaltati (winding wires) e cavi
  • Sede a Imola → ritenuta italiana del 26% · ammessa nei PIR
  • ISIN IT0001077780 · ticker IRC · FTSE Italia Small Cap
  • Paga dividendo: 0,06 € per azione sull’esercizio 2024

Dati aggiornati al 14 giugno 2026. Fonti: Irce Investor Relations (dividendi per esercizio) e Borsa Italiana – Euronext Milan. Contenuto informativo e didattico: non è una raccomandazione di acquisto o vendita.

Irce è uno di quei nomi che quasi nessun risparmiatore conosce, eppure i suoi prodotti sono ovunque: ogni motore elettrico, ogni trasformatore, ogni generatore contiene avvolgimenti di filo di rame smaltato, e Irce è uno dei produttori italiani di quei fili. È una micro cap industriale di Imola, e la useremo per spiegare un concetto che torna utile per molte aziende: che cosa succede quando i margini di un’azienda dipendono dal prezzo di una materia prima — qui, il rame.

Spiegheremo che cosa fa davvero Irce, come funziona il suo dividendo (presente, ma «volatile»), perché il prezzo del rame conta moltissimo ma in modo diverso da come si potrebbe pensare, e come si tassano dividendo e plusvalenze su un’azione italiana. Niente target di prezzo né giudizi di valore: solo i fatti e la fiscalità, in chiave didattica.

Carta d’identità: Irce in breve

DenominazioneIrce S.p.A.
TickerIRC (Euronext Milan)
ISINIT0001077780
MercatoEuronext Milan
IndiceFTSE Italia Small Cap
SettoreConduttori elettrici · fili smaltati e cavi
Sede e domicilio fiscaleImola, Italia
StrutturaGruppo industriale a controllo familiare con stabilimenti in più Paesi
DividendoPresente ma volatile: 0,06 € per azione sull’esercizio 2024

Irce è una società italiana di Imola, una micro cap — cioè un titolo di capitalizzazione molto piccola — quotata a Piazza Affari nel paniere delle small cap. Il suo mestiere è produrre conduttori elettrici: in particolare i «fili smaltati» (in inglese winding wires), cioè i fili di rame ricoperti di smalto isolante che vengono avvolti a bobina dentro motori elettrici, generatori, trasformatori e relè. Accanto a questi produce anche cavi per l’energia e i dati.

Il codice ISIN (IT0001077780) è la «targa» del titolo: è il riferimento che usi per cercare l’azione nel tuo home banking, più affidabile del nome. Essendo Irce una società italiana a tutti gli effetti — sede, residenza fiscale e quotazione in Italia — la sua fiscalità è quella «semplice» delle azioni di Piazza Affari: ritenuta del 26% e accesso ai PIR, senza complicazioni estere. Il gruppo ha comunque una presenza industriale internazionale, con stabilimenti in vari Paesi.

Che cosa fa Irce: i fili e i cavi dietro l’azione

Per capire un’azione bisogna capire da dove arrivano i suoi ricavi. Irce lavora essenzialmente su due famiglie di prodotti, entrambe basate sul rame:

  • Fili smaltati (winding wires) — il cuore storico dell’azienda: fili di rame ricoperti di vernice isolante, usati per avvolgere i circuiti di motori elettrici, generatori, trasformatori, relè e solenoidi. Sono un componente «invisibile» ma indispensabile in tutto ciò che è elettromeccanico.
  • Cavi — cavi per l’energia e per i dati, destinati all’edilizia e agli impianti elettrici.

Anche Irce, come molte aziende viste in queste schede, è un fornitore industriale: non vende al consumatore finale, ma componenti ad altre aziende che costruiscono motori, elettrodomestici, impianti. Questo la lega ai cicli dell’industria elettromeccanica e dell’edilizia. C’è però un fattore in più che la rende un caso di scuola interessante: il suo prodotto è fatto in larghissima parte di un solo materiale, il rame, il cui prezzo oscilla parecchio sui mercati internazionali.

La domanda di fili e cavi ha anche un risvolto «strutturale» interessante: l’elettrificazione. Più il mondo si elettrifica — auto elettriche, rinnovabili, reti elettriche, motori efficienti — più cresce, in linea di principio, il bisogno di rame e di conduttori. È una corrente di fondo che può sostenere la domanda nel lungo periodo. Ma attenzione: una cosa è la domanda di prodotto, un’altra è la redditività dell’azienda, che dipende da come Irce riesce a gestire proprio il prezzo del rame. È il punto del prossimo paragrafo.

Il rame: perché conta (e perché non come credi)

Ecco l’angolo più istruttivo di Irce. Verrebbe da pensare: «se il rame sale, Irce guadagna di più; se scende, guadagna di meno». La realtà è più sottile. Irce compra rame come materia prima e vende filo finito: il prezzo del rame entra in entrambi i lati del conto. In condizioni normali, l’azienda «gira» il costo del rame sul prezzo di vendita, e il suo vero guadagno è il margine di trasformazione — quanto le riconoscono per smaltare e lavorare il filo — più i volumi venduti.

In altre parole, Irce è in buona parte un’azienda «pass-through»: il prezzo del rame passa attraverso i suoi conti senza che lei ci guadagni o perda direttamente, a patto che riesca a trasferirlo sul cliente. Il prezzo del rame conta soprattutto in due modi indiretti: muove il capitale circolante (con il rame caro serve più cassa per comprare le scorte) e può generare effetti contabili sul magazzino (utili o perdite «di stock» quando il prezzo cambia velocemente tra acquisto e vendita). Ciò che davvero fa la differenza sui profitti, però, sono i volumi e il margine di lavorazione, non il livello assoluto del rame.

La lezione generale. Per molte aziende «trasformatrici» di materie prime, il prezzo della commodity non determina il profitto come si crede: spesso viene trasferito al cliente. Conta di più il margine di trasformazione e i volumi. È un errore comune comprare il titolo «scommettendo sul rame»: il legame è reale, ma indiretto.

Storia e politica dei dividendi

Dividendo Irce per azione, esempio recente (€)es. 20240.06 €
Dividendo ordinario per azione sull’esercizio 2024 (stacco maggio 2025). Storicamente la cedola Irce è stata presente ma variabile. Fonte: Irce Investor Relations / Borsa Italiana.

Irce paga il dividendo, e questo la distingue da diverse altre small cap industriali del listino. Sull’esercizio 2024, per esempio, ha distribuito un dividendo ordinario di 0,06 € per azione, con stacco a maggio 2025. È una cedola piccola in valore assoluto, ma su un titolo dal prezzo contenuto può tradursi comunque in un rendimento percentuale non trascurabile.

È importante però essere onesti sulla natura della cedola: la storia dei dividendi di Irce è volatile, cioè variabile nel tempo. Come per ogni azienda industriale ciclica, il dividendo sale e scende con gli utili, che a loro volta dipendono dai volumi e dai margini di lavorazione. Non è una rendita «fissa» come la cedola di un’obbligazione: è una quota di utile che il consiglio decide ogni anno in base ai risultati. In alcuni anni può essere più generosa, in altri ridursi.

Per chiunque guardi una micro cap come Irce, la lezione è la solita: non proiettare il rendimento da dividendo di un singolo anno come fosse garantito per il futuro. Verifica sempre l’ultima cedola effettivamente pagata e ricorda che dipende dagli utili. Se ti interessa la logica di chi punta sulle cedole rispetto a chi preferisce far crescere il capitale, la mettiamo a confronto in dividendi o accumulazione; e per capire perché un rendimento molto alto a volte è un campanello d’allarme, vedi la dividend trap.

Stacco, record date e pagamento: come funziona

Per incassare un dividendo non basta «possedere l’azione»: conta possederla nei giorni giusti. Il calendario di ogni cedola ruota intorno a tre date, valide per qualsiasi azione italiana, Irce compresa:

  • Data di stacco (ex-date) — il giorno in cui l’azione quota «senza» il dividendo: da quel momento il prezzo si abbassa, in teoria, di un importo pari alla cedola.
  • Record date — il giorno in cui si fotografa chi sono gli azionisti aventi diritto, di norma il giorno lavorativo successivo allo stacco.
  • Data di pagamento — il giorno in cui il denaro arriva sul conto, già al netto del 26%.

Irce paga il dividendo una volta l’anno, tipicamente a maggio (sull’esercizio 2024 lo stacco è stato il 19 maggio 2025, con pagamento dal 21). Il concetto da ricordare è sempre lo stesso: comprare un’azione il giorno prima dello stacco solo «per prendere il dividendo» non crea valore, perché il prezzo si aggiusta da solo.

Quanto rende il dividendo e come si tassa

Il rendimento da dividendo (dividend yield) si calcola dividendo la cedola annua per il prezzo dell’azione. È un valore che cambia ogni giorno con il prezzo, quindi qui non ne diamo uno «ufficiale»: trovi la formula nella guida al rendimento da dividendi. Su una micro cap dal prezzo basso come Irce, anche una cedola piccola in euro può corrispondere a un rendimento percentuale interessante — ma ricorda che è variabile.

Sul piano fiscale Irce è semplice, perché è una società italiana: il dividendo incassato tramite un intermediario italiano sconta una ritenuta a titolo d’imposta del 26%, applicata direttamente dalla banca o dal broker. Non devi dichiarare nulla e ricevi l’importo già netto.

Esempio. Possiedi 5.000 azioni Irce e incassi il dividendo da 0,06 € ad azione: il lordo è 300 €. La ritenuta del 26% vale 78 €, quindi ti restano 222 € netti. È lo stesso meccanismo «a sostituto d’imposta» di qualsiasi azione di Piazza Affari.

Il meccanismo si chiama «sostituto d’imposta»: l’intermediario trattiene il 26% e lo versa allo Stato al posto tuo, così il dividendo non concorre al reddito IRPEF e non va riportato in dichiarazione. La ritenuta è «a titolo d’imposta», quindi secca e uguale per tutti, e non si recupera nemmeno con un’aliquota IRPEF più bassa. Nessuna doppia imposizione estera: Irce è di Imola. Il quadro completo è in la tassazione dei dividendi italiani ed esteri.

Plusvalenze: la tassa se vendi in guadagno

Se un giorno vendi le azioni a un prezzo più alto di quello d’acquisto, la differenza è una plusvalenza e viene tassata al 26%, come il dividendo. Le plusvalenze su azioni rientrano tra i «redditi diversi» e quindi possono essere compensate con le minusvalenze (le perdite) realizzate su altri titoli entro il quarto anno successivo a quello in cui le hai realizzate.

Su una micro cap come Irce questa compensazione è particolarmente utile, perché i titoli molto piccoli sono spesso volatili e poco liquidi: capita più facilmente di alternare guadagni e perdite. Se usi un broker in «regime amministrato» è la banca a fare i calcoli e i versamenti; in «regime dichiarativo» riporti tutto nel quadro RT. I dettagli sono in guida al capital gain al 26% e in compensazione delle minusvalenze.

C’è un’asimmetria fiscale importante per chi compra singole azioni: i dividendi non possono essere usati per recuperare le minusvalenze, mentre le plusvalenze sì. Inoltre, se hai comprato lo stesso titolo in più momenti a prezzi diversi, il guadagno si calcola sul costo medio ponderato: tieni traccia dei prezzi di carico. In regime amministrato ci pensa la banca, ma capire il meccanismo aiuta a non avere sorprese.

Irce dentro un PIR: il «tassello» micro cap

Irce può stare in un PIR? Sì, ed è un caso favorevole. Un Piano Individuale di Risparmio «ordinario» deve investire almeno il 70% in strumenti di imprese italiane, e di quel 70% almeno il 30% deve andare a società non incluse nel FTSE MIB. Irce, essendo una micro/small cap ben lontana dal paniere delle big cap, rientra proprio in quel sotto-vincolo del 30% più difficile da riempire: per chi costruisce un PIR è un mattoncino raro.

Il vantaggio del PIR è soprattutto fiscale: se mantieni l’investimento per almeno 5 anni, le plusvalenze e i dividendi sono esenti da imposta. Su un titolo che paga una cedola — pur variabile — come Irce, l’esenzione del 26% sul dividendo, ripetuta per anni, può incidere; e si aggiunge l’esenzione sull’eventuale plusvalenza. È bene però ricordare che il PIR non è un modo per detenere una sola azione, ma una cornice fiscale dentro cui Irce convive con altri titoli italiani.

Lo strumento ha regole stringenti: un tetto annuo e complessivo agli importi investibili, il vincolo dei 5 anni (vendere prima fa decadere i benefici) e la necessità di aprirlo presso un intermediario abilitato. Proprio perché le micro cap come Irce sono il tassello più difficile da reperire, molti PIR si appoggiano a fondi specializzati: vantaggi e limiti sono spiegati nella guida ai PIR.

Come si compra Irce dall’Italia

Come si compra dall’Italia

Per comprare azioni Irce dall’Italia ti serve un conto titoli presso una banca o un broker con accesso a Euronext Milan (praticamente tutti). Cerchi il titolo con l’ISIN IT0001077780 o il ticker IRC e invii un ordine: «a mercato» per eseguire subito, oppure «con limite» per fissare il prezzo massimo. Su una micro cap poco scambiata, l’ordine con limite è caldamente consigliato: con pochi scambi, un ordine «a mercato» rischia di essere eseguito a un prezzo lontano da quello atteso.

Sui costi guarda due voci: le commissioni del broker e l’imposta di bollo sul deposito titoli (0,2% annuo). E presta molta attenzione alla liquidità: Irce è uno dei titoli meno scambiati del listino, quindi la differenza tra prezzo di acquisto e di vendita (lo «spread») può essere ampia e può volerci tempo per comprare o vendere quantità significative. Ne parliamo tra i rischi.

Azione singola o ETF: come decidere il peso

Meglio comprare la singola azione Irce o un ETF che la contiene insieme a tante altre? Non c’è una risposta «giusta» universale, e non possiamo dartela noi: dipende dai tuoi obiettivi e da quanta concentrazione sei disposto a sopportare. Possiamo però mettere in fila le differenze che contano.

Con la singola azione scegli esattamente l’azienda, incassi il suo dividendo specifico e non paghi commissioni di gestione annue. In cambio concentri tutto su un solo titolo, per giunta una micro cap poco liquida: se Irce attraversa una fase difficile, non c’è nulla in portafoglio che compensi. Con un ETF possiedi una piccola fetta di centinaia di società: rinunci alla scommessa mirata e paghi un piccolo costo annuo (il TER), ma ottieni diversificazione automatica. Irce, in un indice ampio, pesa pochissimo o non c’è affatto.

Una via di mezzo molto usata è considerare la singola azione come una quota satellite di un portafoglio che ha al centro fondi diversificati: una posizione contenuta, di cui conosci bene rischi e fiscalità, accanto a un nucleo più stabile. Per ragionare sul peso di un titolo vedi large, mid e small cap; per leggere i conti di un’azienda, l’analisi fondamentale.

I rischi specifici di una micro cap come Irce

Comprare una sola micro cap non è diversificare. Irce è un titolo molto piccolo e poco scambiato: se va male, non c’è nient’altro a compensare, e uscire può non essere immediato. Un ETF azionario contiene centinaia o migliaia di società e attutisce il colpo del singolo emittente.

Oltre alla concentrazione, Irce porta rischi specifici. Il primo è la ciclicità: la domanda di fili e cavi dipende dall’industria elettromeccanica e dall’edilizia, che salgono e scendono con l’economia. Il secondo è legato al rame: pur essendo in larga parte trasferito al cliente, il suo prezzo influenza il capitale circolante e può generare utili o perdite di magazzino quando oscilla velocemente. Il terzo è la pressione sui margini di lavorazione, che dipendono dalla concorrenza internazionale in un settore dove conta l’efficienza.

Il rischio più tipico di un titolo come questo, però, è la liquidità. Irce è una delle azioni meno scambiate del listino: lo spread tra acquisto e vendita è ampio, e movimentare quantità importanti può muovere il prezzo o richiedere tempo. Per un piccolo investitore non è un dramma, ma è un fattore da mettere in conto: una micro cap illiquida non si compra e non si vende con la stessa facilità di una blue chip. Si aggiunge la maggiore volatilità rispetto alle big cap.

Va infine ricordato il rischio più importante: quello di prezzo. Il valore di un’azione oscilla ogni giorno e può restare sotto il prezzo d’acquisto per anni, tanto più su una micro cap volatile e illiquida. Per capire la differenza tra azioni cicliche e difensive vedi azioni difensive e cicliche, e per il peso da dare a un singolo titolo large, mid e small cap. La regola resta una: una posizione su Irce va dimensionata in base a quanto saresti sereno se quella parte di portafoglio perdesse valore o non fosse vendibile in fretta.

Domande frequenti

Che cosa fa Irce?

Irce è una società italiana di Imola che produce conduttori elettrici: in particolare i fili smaltati (winding wires), i fili di rame ricoperti di smalto isolante usati negli avvolgimenti di motori, generatori e trasformatori, oltre a cavi per energia e dati.

Irce paga il dividendo?

Sì, ma in modo variabile: è un titolo industriale ciclico la cui cedola dipende dagli utili dell’anno. Sull’esercizio 2024 ha distribuito un dividendo ordinario di 0,06 € per azione, con stacco a maggio 2025.

Il prezzo del rame fa salire o scendere il titolo Irce?

Il legame è reale ma indiretto. Irce compra rame e vende filo finito: in genere trasferisce il costo del rame sul prezzo di vendita. Il suo guadagno dipende soprattutto dai volumi e dal margine di lavorazione, non dal livello assoluto del rame, che però influenza il capitale circolante e il magazzino.

Quante tasse si pagano sul dividendo Irce?

Il 26%, trattenuto direttamente dall’intermediario italiano come ritenuta a titolo d’imposta. Su 0,06 € lordi restano circa 0,044 € netti per azione. Nessuna doppia imposizione: Irce è una società italiana.

Le azioni Irce si possono mettere in un PIR?

Sì, e in modo favorevole: essendo una micro/small cap fuori dal FTSE MIB, Irce rientra nel sotto-vincolo del 30% di un PIR ordinario. Detenute 5 anni, plusvalenze e dividendi sono esenti da imposta.

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Questa scheda ha finalità esclusivamente informative e didattiche e non costituisce consulenza finanziaria o fiscale, né una raccomandazione o un invito a comprare o vendere il titolo. Non contiene giudizi di valutazione, target di prezzo o segnali operativi. I dati societari e i dividendi sono tratti da fonti ufficiali alla data indicata e possono variare nel tempo: verifica sempre i documenti aggiornati dell’emittente e di Borsa Italiana prima di qualsiasi decisione. Investire in singole azioni comporta rischi elevati, inclusa la possibile perdita del capitale.
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Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Milano · Autore e responsabile editoriale

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