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Azioni Ferrari (RACE): cosa fa, dividendi e fiscalità

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Azioni Ferrari (RACE): cosa fa, dividendi e fiscalità
A cura di Fisco Investimenti

Questa guida serve a orientare la lettura e preparare domande migliori. Non sostituisce la valutazione del caso concreto: norme, documenti e scadenze possono cambiare in base alla situazione personale o aziendale.

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📅 Pubblicato il 14 Giugno 2026

Ferrari (RACE): profilo, dividendi e la sorpresa fiscale della N.V.

Ferrari è quotata a Milano ma si chiama Ferrari N.V., una sigla olandese. Ti aspetteresti quindi una ritenuta estera sui dividendi e la doppia imposizione: e invece no. Questa scheda ti spiega che cosa fa davvero l’azienda, quanto e come paga i dividendi e — soprattutto — perché un’azione «olandese» di fatto si tassa come un titolo italiano, al solo 26%. Non ti dice se comprarla: ti spiega come funziona.

  • Settore: Auto di lusso · «Luxury», non automotive di massa
  • Dividendo esercizio 2024: 2,443 €/azione (annuale)
  • ISIN NL0011585146 · ticker RACE · FTSE MIB
  • Costituita in Olanda, ma residente fiscale in Italia → 26%

Dati aggiornati al 14 giugno 2026. Fonti: Ferrari Investor Relations (dividendi per esercizio), Borsa Italiana – Euronext Milan (dati di quotazione) e avvisi degli intermediari/Monte Titoli sul trattamento fiscale della cedola. Contenuto informativo: non è una raccomandazione di acquisto o vendita.

Quando si parla di «azioni Ferrari» c’è una trappola che pochi notano: il titolo non si chiama Ferrari S.p.A. ma Ferrari N.V., dove «N.V.» è la forma giuridica olandese (Naamloze Vennootschap). È quindi una società costituita nei Paesi Bassi, anche se quota a Piazza Affari nel FTSE MIB. La prima domanda che un investitore attento si pone è: «allora pago la ritenuta olandese sui dividendi e finisco nella doppia imposizione?». La risposta, per Ferrari, è sorprendente — e la spieghiamo in chiave didattica e fiscale.

Useremo Ferrari come «caso di scuola» per un tema che confonde molti: domicilio legale e residenza fiscale non sono la stessa cosa. Un’azienda può essere costituita in un Paese e tassata in un altro. Capirlo è il modo serio di leggere queste blue chip «olandesi» quotate a Milano, e di non sbagliare i conti sulla cedola. Qui trovi tutto: che cosa fa Ferrari, la storia del dividendo, come funziona la tassazione e quali rischi corri con una singola azione del lusso.

Carta d’identità: Ferrari in breve

DenominazioneFerrari N.V. (Naamloze Vennootschap, di diritto olandese)
TickerRACE (Euronext Milan; quotata anche al NYSE)
ISINNL0011585146
MercatoEuronext Milan (ex Borsa Italiana) e New York Stock Exchange
IndiceFTSE MIB
SettoreAuto di lusso – fascia «luxury»
Costituzione (sede legale)Amsterdam, Paesi Bassi
Residenza fiscaleItalia (sede operativa e direzione a Maranello)
In Borsa dal2016 (scorporo da FCA, quotazione a Milano)

Ferrari è una società di diritto olandese (Ferrari N.V.) ma con cuore, fabbrica e direzione a Maranello. Quota a Piazza Affari nel FTSE MIB ed è anche a New York. Il dato che conta per chi investe è la doppia natura: costituita nei Paesi Bassi per ragioni societarie ereditate dallo scorporo da FCA, ma con la residenza fiscale in Italia. Questa distinzione, lungi dall’essere un dettaglio burocratico, è ciò che determina come viene tassato il tuo dividendo.

Il codice ISIN (NL0011585146) inizia con «NL» e questo, di solito, è il segnale che una ritenuta estera potrebbe entrare in gioco. Per Ferrari, però, l’ISIN olandese racconta solo metà della storia: dice dove la società è costituita, non dove è tassata. È esattamente il tipo di sfumatura che un investitore consapevole deve saper leggere: guardare l’ISIN è il primo riflesso utile, ma sul fronte fiscale occorre capire anche la residenza fiscale dell’emittente, che per Ferrari è italiana.

Che cosa fa Ferrari (ed è davvero «auto»?)

Per capire un’azione bisogna capire da dove arrivano i suoi soldi — e su Ferrari la prima sorpresa è proprio qui. Ferrari non è una casa automobilistica «normale»: il mercato la valuta come un’azienda del lusso, non dell’auto di massa. I ricavi nascono da poche leve molto particolari:

  • Vendita di auto a tiratura limitata — il cuore del business: Ferrari produce volutamente meno auto di quante ne potrebbe vendere, per preservare l’esclusività. La scarsità è una scelta industriale, non un limite.
  • Personalizzazioni — gli optional e i programmi di personalizzazione su misura, ad altissimo margine: chi compra una Ferrari spende molto anche per renderla unica.
  • Marchio e licensing — l’immagine del Cavallino genera ricavi anche fuori dall’auto: merchandising, esperienze, accordi di licenza. Il brand è un asset di valore enorme.
  • Sport e Formula 1 — la Scuderia è insieme marketing globale e fonte di prestigio: alimenta il mito che sostiene i prezzi delle vetture.

Questo modello spiega perché Ferrari «non è un’auto» agli occhi del mercato. Una casa automobilistica tradizionale insegue i volumi e margini sottili; Ferrari fa l’opposto: pochi pezzi, prezzi altissimi, pricing power da bene di lusso e una lista d’attesa che protegge la domanda. È per questo che il titolo viene confrontato più con i grandi marchi del lusso che con gli altri costruttori d’auto, e che tratta a valutazioni tipiche del lusso, non dell’automotive.

La transizione verso l’elettrico è il grande tema industriale degli anni a venire anche per Ferrari, ma con una logica diversa da quella dei costruttori di massa: l’azienda punta a mantenere l’esclusività e l’emozione del prodotto, gestendo il passaggio senza inseguire i volumi. Per l’azionista significa che la scommessa non è «quante auto elettriche venderà», ma «riuscirà a restare un bene di lusso desiderato anche nell’era elettrica».

La clientela è globale e molto facoltosa, e questo rende Ferrari relativamente resiliente nelle fasi difficili: chi compra una supercar raramente rinuncia per un rallentamento congiunturale. Ma non la rende immune: dipende dalla salute della ricchezza mondiale, dai mercati esteri e dal cambio. Su questi temi torniamo nella sezione dei rischi.

Ferrari N.V.: perché «olandese» ma fiscale italiana

Veniamo al punto che rende Ferrari un caso istruttivo: la sigla N.V. Quando, nel 2016, Ferrari venne scorporata dal gruppo FCA e quotata, fu costituita come società di diritto olandese, una struttura ereditata dall’architettura societaria del gruppo. Da qui l’ISIN che inizia con «NL» e l’idea, diffusa ma imprecisa, che Ferrari sia «un’azione olandese» a tutti gli effetti.

La realtà è più sottile. Ai fini fiscali ciò che conta non è dove una società è costituita, ma dove è residente: cioè dove ha la direzione effettiva e dove viene tassata. Ferrari ha la sua direzione e la sua attività a Maranello, e in base alla convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Paesi Bassi la residenza fiscale è attribuita all’Italia. Tradotto per l’azionista: pur essendo una N.V. olandese, sul dividendo distribuito ai soci italiani che detengono le azioni in Italia non si applica la ritenuta olandese, ma si applica il trattamento italiano. È la ragione per cui Ferrari, diversamente da altre N.V. quotate a Milano (come Campari), non espone l’investitore italiano alla doppia imposizione. Nella sezione fiscale vediamo nel dettaglio perché.

Storia e politica dei dividendi

Dividendo Ferrari per azione, messo in pagamento (€)20221.362 €20231.810 €20242.443 €20252.986 €
Dividendo per azione messo in pagamento nell’anno indicato (cedola annuale). Fonte: Ferrari Investor Relations / Borsa Italiana.

Ferrari paga il dividendo una volta l’anno, in primavera, dopo l’approvazione del bilancio. La cedola messa in pagamento è cresciuta con regolarità: da 1,362 € per azione nel 2022 a 2,986 € per azione nel 2025. La politica è legare il dividendo agli utili attraverso un payout ratio — la quota di utile distribuita — affiancando alla cedola programmi di buyback, cioè il riacquisto di azioni proprie.

Il buyback è una forma di remunerazione meno visibile ma importante: riducendo il numero di azioni in circolazione, aumenta la quota di utili che spetta a ogni azione rimasta. Chi resta socio possiede una fetta più grande della stessa torta. Per valutare quanto «rende» davvero un’azione di crescita come Ferrari conviene quindi guardare alla remunerazione totale — dividendo più buyback — e non solo alla cedola, che resta comunque una parte minore del ritorno: il rendimento da dividendo di Ferrari è basso, perché il mercato paga soprattutto la crescita e la qualità del business.

Attenzione all’idea che la cedola sia «sicura per definizione». Il dividendo di un’azione, a differenza della cedola di un titolo di Stato, non è un obbligo contrattuale: dipende dagli utili e dalle decisioni dell’assemblea. Su Ferrari la crescita è stata costante, ma resta un titolo del lusso, ciclico nel lungo periodo. Un rendimento da dividendo molto alto, in generale, è spesso un campanello d’allarme più che un’occasione: è il fenomeno della «dividend trap». Se ti interessa la logica di chi punta sulle cedole rispetto a chi preferisce far crescere il capitale, la mettiamo a confronto in dividendi o accumulazione.

Stacco, record date e pagamento: come funziona

Per incassare un dividendo non basta «possedere l’azione»: conta possederla nei giorni giusti. Il calendario di ogni cedola ruota intorno a tre date che è utile conoscere, perché valgono per qualsiasi azione, non solo per Ferrari:

  • Data di stacco (ex-date) — il giorno in cui l’azione comincia a quotare «senza» il dividendo. Da quel momento il prezzo si abbassa, in teoria, di un importo pari alla cedola: per questo non esiste un «trucco» per incassare il dividendo e rivendere subito guadagnandoci.
  • Record date — il giorno in cui si fotografa chi sono gli azionisti aventi diritto. Cade tipicamente il giorno lavorativo successivo allo stacco.
  • Data di pagamento — il giorno in cui il denaro arriva effettivamente sul conto, già al netto delle imposte applicate dall’intermediario.

Per Ferrari, che è quotata sia a Milano sia a New York, conta dove sono «depositate» le azioni: chi compra il titolo a Piazza Affari tramite un intermediario italiano detiene le azioni nel sistema italiano (Monte Titoli) e segue il trattamento fiscale italiano, che è proprio quello che rende la cedola semplice. Lo vediamo nella sezione fiscale.

La fiscalità del dividendo: perché solo il 26%

Eccoci al punto che rende Ferrari diversa dalle altre azioni «estere» quotate a Milano. Ti aspetteresti che, essendo una N.V. olandese, scattasse una ritenuta olandese sul dividendo (di norma il 15%) prima dell’imposta italiana, generando la classica doppia imposizione. Per Ferrari, invece, non accade — ed è la sua «sorpresa fiscale».

Il motivo è quello visto sopra: Ferrari è considerata residente fiscale in Italia in base alla convenzione tra Italia e Paesi Bassi, che attribuisce la residenza all’Italia. Per l’investitore italiano che detiene le azioni a Milano tramite un intermediario nazionale, il dividendo viene quindi trattato come quello di una qualsiasi società italiana: una ritenuta a titolo d’imposta del 26%, applicata direttamente dalla banca o dal broker, senza ritenuta olandese e senza necessità di recuperare alcun credito d’imposta estero.

Esempio. Possiedi 100 azioni Ferrari e incassi il dividendo da 2,443 € ad azione: il lordo è 244,30 €. La ritenuta italiana del 26% vale 63,52 €, quindi ti restano 180,78 € netti. Nessuna trattenuta olandese del 15%: niente doppio prelievo, niente quadro RM, niente credito d’imposta da rincorrere. Sul piano fiscale, una N.V. olandese che si comporta come un titolo italiano.

Vale la pena fissare la differenza, perché è il vero insegnamento di questa scheda. Per un’azione davvero estera — domiciliata e residente fiscalmente all’estero — funziona così: lo Stato della fonte trattiene una ritenuta (per l’Olanda di norma il 15%), poi l’Italia applica il suo 26% sul netto frontiera, e si arriva a una doppia imposizione che il privato recupera solo in parte, in genere fino all’aliquota convenzionale. È quello che capita, per esempio, con Campari (anch’essa N.V., ma con residenza fiscale olandese). Per Ferrari nulla di tutto questo: il prelievo è il solo 26% italiano. Il meccanismo generale dei dividendi esteri e della doppia imposizione è spiegato in dividendi esteri e doppia imposizione e in come funziona la doppia imposizione delle cedole estere.

Una precisazione di onestà, perché la fiscalità va sempre verificata sul caso concreto: il trattamento semplice descritto qui vale per chi detiene le azioni in Italia tramite un intermediario italiano (il caso tipico del piccolo investitore). Chi detenesse le azioni Ferrari fuori dal circuito italiano, o le comprasse sul listino di New York, può trovarsi in situazioni diverse. Per il quadro generale italiano vedi la tassazione dei dividendi italiani ed esteri, e in caso di dubbi verifica sempre l’avviso del tuo intermediario sullo specifico stacco.

Plusvalenze: la tassa se vendi in guadagno

Su un’azione di crescita come Ferrari, in cui il rendimento da dividendo è basso, la parte più importante del risultato per l’investitore arriva spesso dalla plusvalenza: la differenza tra prezzo di vendita e prezzo di acquisto, tassata al 26%. Anche qui il fatto che Ferrari sia una N.V. non complica nulla per l’investitore italiano: la plusvalenza su azioni quotate è un «reddito diverso» tassato al 26% e può essere compensata con le minusvalenze (le perdite) realizzate su altri titoli.

Le minusvalenze restano utilizzabili per compensare guadagni futuri fino al quarto anno successivo a quello in cui le hai realizzate. Se usi un broker in «regime amministrato» è la banca a fare tutti i calcoli e i versamenti per te; in «regime dichiarativo» devi riportare tutto nel quadro RT della dichiarazione. I dettagli e gli esempi sono in guida al capital gain al 26% e in compensazione delle minusvalenze.

Resta valida l’asimmetria fiscale tipica delle singole azioni: i dividendi non possono essere usati per recuperare le minusvalenze, mentre le plusvalenze sì. Se hai accumulato perdite in passato, le abbatti solo vendendo altri titoli in guadagno, non incassando cedole. È una delle differenze tecniche tra il gestire un portafoglio di singole azioni e detenere un ETF, dove la tassazione scatta solo alla vendita.

Va ricordato infine il criterio con cui si calcola il guadagno quando hai comprato lo stesso titolo in più momenti a prezzi diversi: si usa il costo medio ponderato. Su un titolo che è cresciuto molto e che ha un prezzo per azione elevato come Ferrari, tenere traccia dei prezzi di carico è utile, perché determina quanta plusvalenza (e quanta tassa) emergerà alla vendita. In regime amministrato ci pensa la banca, ma sapere come funziona ti aiuta a non avere sorprese.

Ferrari dentro un PIR: il dubbio della sede estera

Ferrari può stare in un PIR? Qui la natura «olandese» della società torna a contare, e in senso opposto alla fiscalità del dividendo. Il PIR ordinario premia gli investimenti in imprese residenti in Italia o in Stati UE/SEE con stabile organizzazione in Italia. Sul punto, per le società costituite all’estero come le N.V. olandesi, l’ammissibilità va verificata con attenzione caso per caso e con il proprio intermediario: la sede legale estera può creare un dubbio che non esiste per una S.p.A. italiana «pura» come Moncler o Cucinelli. Non darla per scontata.

Il vantaggio del PIR, quando lo strumento è ammissibile, è notevole: detenendo l’investimento per almeno 5 anni, le plusvalenze e i dividendi sono esenti da imposta. Su un titolo di crescita come Ferrari, dove gran parte del risultato arriva dalla plusvalenza, l’esenzione del 26% può incidere parecchio su orizzonti lunghi. Ma proprio perché l’ammissibilità dipende dalla qualifica dell’emittente, qui più che altrove conviene farsi confermare dall’intermediario se quel titolo «conta» ai fini del vincolo PIR.

In ogni caso lo strumento ha regole stringenti: un tetto annuo e complessivo agli importi, il vincolo dei 5 anni (vendere prima fa decadere i benefici) e l’apertura presso un intermediario che offra il «contenitore» PIR. Per capire come funziona e quali strumenti sono ammessi, vedi la guida ai PIR.

Come si compra Ferrari dall’Italia

Come si compra dall’Italia

Per comprare azioni Ferrari dall’Italia ti serve un conto titoli presso una banca o un broker che dia accesso a Euronext Milan (praticamente tutti). Cerchi il titolo con il codice ISIN NL0011585146 o il ticker RACE e invii un ordine: «a mercato» per eseguire subito al prezzo corrente, oppure «con limite» per fissare il prezzo massimo che sei disposto a pagare. Compra sul listino di Milano (non a New York) se vuoi il trattamento fiscale italiano descritto sopra.

Attenzione: Ferrari ha un prezzo per azione molto elevato, tra i più alti del FTSE MIB. Una sola azione può valere diverse centinaia di euro, quindi anche un piccolo numero di titoli impegna un capitale importante: valuta bene il peso in portafoglio. Sui costi, occhio a due voci: le commissioni di negoziazione e l’imposta di bollo sul deposito titoli (0,2% annuo sul controvalore).

Azione singola o ETF: come decidere il peso

È la domanda che si pone chiunque guardi un titolo come Ferrari: meglio comprare la singola azione o un ETF che la contiene insieme ad altre? Non c’è una risposta «giusta» universale, e soprattutto non è una risposta che possiamo darti noi: dipende dai tuoi obiettivi, dal tuo orizzonte temporale e da quanta concentrazione sei disposto a sopportare. Possiamo però mettere in fila le differenze che contano.

Con la singola azione scegli esattamente l’azienda su cui puntare e — nel caso di Ferrari — ottieni anche il trattamento fiscale semplice della cedola. In cambio concentri tutto su un solo titolo, per giunta con un prezzo per azione elevato che rende difficile dosare l’investimento. Con un ETF, per esempio un fondo sul lusso o sull’intero mercato, possiedi una piccola fetta di molte società: rinunci alla «scommessa mirata» e paghi un piccolo costo annuo (il TER), ma ottieni diversificazione automatica e puoi investire anche cifre piccole.

Una via di mezzo molto usata è considerare la singola azione come una quota satellite di un portafoglio che ha al centro fondi diversificati. Esistono anche ETF tematici sul lusso che raccolgono i grandi marchi del settore — Ferrari inclusa — e ti danno esposizione alla categoria senza puntare tutto su un singolo brand né dover comprare un’azione molto cara. Per ragionare sul peso di un titolo vedi large, mid e small cap; per imparare a leggere i conti di un’azienda, l’analisi fondamentale.

I rischi specifici di un’azione del lusso

Comprare una sola azione non è diversificare. Per quanto iconico sia il marchio, Ferrari resta un singolo titolo, per giunta con un prezzo per azione elevato che lo rende difficile da dosare. Se va male, non c’è nient’altro a compensare. Un ETF azionario contiene centinaia o migliaia di società e attutisce il colpo del singolo emittente.

Oltre al rischio generale di concentrazione, un’azione del lusso come Ferrari porta con sé rischi specifici. Il primo è la ciclicità della domanda: pur essendo un lusso «assoluto» e relativamente resiliente, Ferrari dipende dalla salute della ricchezza mondiale. Una crisi prolungata o una caduta dei mercati finanziari può raffreddare anche la clientela più facoltosa, con effetti su utili e — di riflesso — sul dividendo.

Il secondo è la dipendenza dai mercati esteri, Stati Uniti, Europa e Asia in primis: le vendite sono globali ed esposte a rallentamenti, tensioni geopolitiche e dazi. Il terzo è il posizionamento di marca e la transizione all’elettrico: il valore di Ferrari poggia sull’esclusività e sull’emozione del prodotto, e il mercato valuta continuamente se l’azienda saprà preservarle nel passaggio a nuove tecnologie. Il quarto è il rischio di cambio: una parte rilevante dei ricavi è in dollari e altre valute, e le oscillazioni dei cambi incidono sui conti anche a volumi invariati.

Tutti questi fattori si sommano al rischio più banale ma più importante: quello di prezzo. Il titolo di una società valutata «come un bene di lusso» tende a trattare a multipli elevati, e proprio per questo può essere volatile: il mercato paga aspettative alte e reagisce con forza a ogni delusione. Il valore di un’azione oscilla ogni giorno e può restare sotto il prezzo d’acquisto per anni. Per capire la differenza tra azioni cicliche e difensive vedi azioni difensive e cicliche. La regola di fondo resta una sola: una posizione su Ferrari va dimensionata in base a quanto saresti sereno se quella parte di portafoglio perdesse valore.

Domande frequenti

Ferrari è un'azione italiana o olandese?

Entrambe le cose, ma in sensi diversi: è costituita nei Paesi Bassi (Ferrari N.V., ISIN NL0011585146) ma ha residenza fiscale in Italia, con direzione a Maranello. Quota a Milano nel FTSE MIB.

Sul dividendo Ferrari si paga la ritenuta olandese?

No, per l’investitore italiano che detiene le azioni a Milano tramite un intermediario nazionale. Grazie alla residenza fiscale italiana di Ferrari, si applica solo la ritenuta italiana del 26%, senza ritenuta olandese né doppia imposizione.

Quante tasse si pagano sul dividendo Ferrari?

Il 26% italiano. Su 2,443 € lordi (esercizio 2024) restano circa 1,808 € netti per azione. Niente quadro RM e niente credito d’imposta estero, a differenza di altre N.V. olandesi come Campari.

Le azioni Ferrari si possono mettere in un PIR?

Va verificato con attenzione: il PIR premia le imprese residenti in Italia o UE/SEE con stabile organizzazione in Italia, e la sede legale olandese di Ferrari richiede una valutazione caso per caso con il proprio intermediario, a differenza di una S.p.A. italiana pura.

Ogni quanto Ferrari paga il dividendo?

Una volta l’anno, in primavera. La cedola è cresciuta nel tempo, da 1,362 € per azione messa in pagamento nel 2022 a 2,986 € nel 2025, affiancata da programmi di riacquisto di azioni proprie.

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Questa scheda ha finalità esclusivamente informative e didattiche e non costituisce consulenza finanziaria o fiscale, né una raccomandazione o un invito a comprare o vendere il titolo. Non contiene giudizi di valutazione, target di prezzo o segnali operativi. I dati societari e i dividendi sono tratti da fonti ufficiali alla data indicata e possono variare nel tempo: verifica sempre i documenti aggiornati dell’emittente e di Borsa Italiana prima di qualsiasi decisione. Investire in singole azioni comporta rischi elevati, inclusa la possibile perdita del capitale.
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Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Milano · Autore e responsabile editoriale

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