Interpump Group (IP): profilo, dividendi e tasse, spiegati a chi investe
Interpump Group è una delle «multinazionali nascoste» italiane: leader mondiale nelle pompe ad alta pressione e tra i grandi player dell’oleodinamica, è cresciuta per trent’anni comprando decine di piccole aziende. Questa scheda non ti dice se comprarla: ti spiega che cosa fa davvero, come funziona la sua politica di dividendi, come viene tassata la cedola e quali rischi corre chi mette in portafoglio una mid cap industriale costruita a colpi di acquisizioni.
- Settore: Beni strumentali · Pompe e oleodinamica
- Dividendo esercizio 2024: 0,33 €/azione (pagato maggio 2025)
- ISIN IT0001078911 · ticker IP · FTSE Italia Mid Cap / STAR
- Sede in provincia di Reggio Emilia → ritenuta italiana del 26%
Dati aggiornati al 14 giugno 2026. Fonti: Interpump Group Investor Relations e Borsa Italiana – Euronext Milan (storico dividendi e dati di quotazione). Contenuto informativo: non è una raccomandazione di acquisto o vendita.
Interpump Group è il classico esempio di azienda che quasi nessuno conosce ma che è leader globale nel suo mestiere. Produce pompe ad altissima pressione e componenti per l’oleodinamica — la tecnologia che fa muovere bracci di escavatori, gru, presse e macchinari industriali in tutto il mondo. È anche un caso di scuola di crescita per acquisizioni: capire questo, e capire la fiscalità del dividendo, è il modo serio di avvicinarsi al titolo.
Useremo Interpump per spiegare concetti che valgono per qualsiasi singola azione italiana, con un’attenzione particolare a un dettaglio che la distingue dalle big cap: Interpump non fa parte del FTSE MIB, ma del segmento delle medie capitalizzazioni. Come vedremo, questo ha conseguenze concrete soprattutto sul fronte del PIR. È una scheda didattica e fiscale: niente target di prezzo, niente giudizi di valore.
Carta d’identità: Interpump in breve
| Denominazione | Interpump Group S.p.A. |
|---|---|
| Ticker | IP (Euronext Milan) |
| ISIN | IT0001078911 |
| Mercato | Euronext Milan (ex Borsa Italiana) – segmento STAR |
| Indice | FTSE Italia Mid Cap e FTSE Italia STAR (non FTSE MIB) |
| Settore | Beni strumentali – pompe ad alta pressione e oleodinamica |
| Sede e domicilio fiscale | Sant’Ilario d’Enza (Reggio Emilia), Italia |
| Azionariato | Forte presenza del fondatore e flottante; nessun azionista pubblico |
| In Borsa dal | 1996 |
Interpump Group è una multinazionale industriale italiana, nata in Emilia, leader mondiale nelle pompe ad altissima pressione e tra i principali gruppi al mondo nell’oleodinamica (i sistemi idraulici che muovono macchine e attrezzature). A differenza di Eni o Leonardo, non è una big cap del FTSE MIB: è una mid cap, cioè una società di media capitalizzazione, e fa parte del segmento STAR di Borsa Italiana, riservato alle aziende che rispettano requisiti più stringenti di trasparenza e governance. Non ha lo Stato tra i soci e mantiene un forte legame con la figura del fondatore.
Il codice ISIN (IT0001078911) è la «targa» internazionale del titolo: è il riferimento che usi quando cerchi l’azione nel tuo home banking o nella piattaforma del broker, ed è più affidabile del nome. Il segmento di quotazione, in questo caso, non è un dettaglio: appartenere al FTSE Italia Mid Cap anziché al FTSE MIB cambia il modo in cui Interpump «conta» dentro un PIR, come vedremo. Quando leggi una scheda come questa, il primo riflesso utile è proprio verificare ISIN, mercato e indice di appartenenza.
Che cosa fa Interpump: i mestieri dietro l’azione
Per capire un’azione bisogna capire da dove arrivano i suoi soldi. Interpump è organizzata, in sostanza, intorno a due grandi mondi, entrambi «invisibili» al consumatore ma fondamentali per l’industria:
- Settore Acqua (Water Jetting) — il cuore storico: pompe a pistoni ad altissima pressione usate per pulizia industriale, taglio dei materiali con getto d’acqua, agricoltura, lavaggio. È il segmento dove Interpump è leader mondiale, con marchi noti agli addetti ai lavori.
- Settore Oleodinamica (Hydraulics) — la parte oggi più grande per fatturato: cilindri, tubi, raccordi, prese di forza e componenti per i sistemi idraulici che muovono escavatori, gru, macchine agricole e camion. È un mondo fatto di tanti prodotti e tanti clienti industriali diversi.
La caratteristica industriale di Interpump è la componentistica: non vende il macchinario finito, ma i «pezzi» indispensabili che ci stanno dentro. Questo significa avere migliaia di clienti in settori diversi (edilizia, agricoltura, movimento terra, industria) e in tante aree del mondo, con una diversificazione che riduce la dipendenza da un singolo cliente o da un singolo mercato. È un modello robusto, ma profondamente legato all’andamento dell’attività industriale globale.
Una conseguenza pratica per l’azionista è che Interpump è un titolo ciclico: quando l’economia industriale corre — si costruisce, si scava, si producono macchine — la domanda dei suoi componenti sale; quando il ciclo rallenta, gli ordini si raffreddano. Non dipende dai consumi delle famiglie, ma dagli investimenti delle imprese, che sono più volatili. Per questo i risultati possono variare da un anno all’altro più di quanto accada per un’azienda «difensiva».
C’è infine un tratto che rende Interpump diversa da quasi tutte le altre industriali italiane, al punto da meritare una sezione a parte: il modo in cui è cresciuta. Non per grandi fusioni, ma comprando decine e decine di piccole aziende nel corso di trent’anni. È un metodo che ha trasformato una società emiliana in un gruppo globale, e che ne è insieme il punto di forza e il principale fattore di rischio. Lo vediamo subito.
Una macchina da acquisizioni (M&A)
La storia di Interpump è, prima di tutto, una storia di acquisizioni. Negli anni il gruppo ha comprato un gran numero di piccole e medie imprese specializzate, spesso a conduzione familiare, integrandole nella propria rete. Questo «mestiere nel mestiere» — saper individuare, comprare e migliorare aziende — è diventato una competenza distintiva tanto quanto la produzione di pompe.
Per l’investitore è un modello a doppio taglio. Da un lato, la crescita per acquisizioni (in gergo M&A, mergers & acquisitions) ha permesso a Interpump di aumentare ricavi e utili per molti anni, entrando in nuovi prodotti e nuovi mercati senza partire da zero. Dall’altro, è un modello che richiede di essere bravi ogni volta: pagare il prezzo giusto, integrare bene, non disperdere valore. Un’acquisizione sbagliata o pagata troppo cara può pesare sui conti, e il debito usato per finanziare gli acquisti va tenuto sotto controllo.
C’è anche un tema legato alla governance: gran parte del successo di Interpump è stata storicamente associata alla figura del fondatore e alla sua capacità di scegliere le acquisizioni giuste. Questo è un punto di forza ma anche un elemento di attenzione tipico delle aziende «imprenditoriali»: il mercato si interroga su come prosegua la crescita nel tempo. Non è un giudizio di merito, ma un fattore di cui un azionista consapevole tiene conto, perché il valore di un’azione dipende anche dalla qualità e dalla continuità di chi guida l’azienda.
Storia e politica dei dividendi
Il dividendo di Interpump racconta una storia diversa da quella delle big cap «da reddito»: è una cedola piccola in valore assoluto ma in crescita lenta e regolare. Negli ultimi esercizi è salita con piccoli passi: 0,26 € sul 2020, 0,28 € sul 2021, 0,30 € sul 2022, 0,32 € sul 2023 e 0,33 € sul 2024, quest’ultimo pagato a maggio 2025. Interpump paga il dividendo in un’unica soluzione annuale, di norma nel mese di maggio.
La logica è quella tipica di un’azienda «di crescita»: una grande quota degli utili viene reinvestita — in particolare per finanziare nuove acquisizioni — e solo una parte relativamente piccola viene distribuita come dividendo. Il payout (la quota di utili distribuita) è quindi contenuto. Per l’azionista questo significa che chi compra Interpump difficilmente lo fa «per la cedola»: il valore atteso, storicamente, è venuto soprattutto dalla crescita dell’azienda e quindi dalla rivalutazione del prezzo, più che dal dividendo. È un profilo ben diverso da quello di un titolo come Eni o le banche.
Resta valido il principio generale: il dividendo non è «garantito per definizione». Anche se Interpump ha uno storico di distribuzioni regolari, la cedola di un’azione, a differenza di quella di un titolo di Stato, non è un obbligo contrattuale: dipende dagli utili, dalla cassa e dalle decisioni del consiglio. In un’azienda ciclica e impegnata in acquisizioni, una fase debole del ciclo o un grosso acquisto possono influenzare la politica di distribuzione. Se ti interessa la logica di chi punta sulle cedole rispetto a chi preferisce la crescita del capitale, la mettiamo a confronto in dividendi o accumulazione.
Stacco, record date e pagamento: come funziona
Per incassare un dividendo non basta «possedere l’azione»: conta possederla nei giorni giusti. Il calendario di ogni cedola ruota intorno a tre date che è utile conoscere, perché valgono per qualsiasi azione, non solo per Interpump:
- Data di stacco (ex-date) — il giorno in cui l’azione comincia a quotare «senza» il dividendo. Da quel momento il prezzo si abbassa, in teoria, di un importo pari alla cedola: per questo non esiste un «trucco» per incassare il dividendo e rivendere subito guadagnandoci. Per il dividendo sull’esercizio 2024 lo stacco è caduto a maggio 2025.
- Record date — il giorno in cui si fotografa chi sono gli azionisti aventi diritto. Cade tipicamente il giorno lavorativo successivo allo stacco.
- Data di pagamento — il giorno in cui il denaro arriva effettivamente sul conto, già al netto della ritenuta del 26%. Per Interpump è di norma a maggio.
Trattandosi di un dividendo annuale piccolo, su Interpump l’effetto dello stacco sul prezzo è modesto in valore assoluto. Il punto da ricordare resta concettuale: comprare un’azione il giorno prima dello stacco solo «per prendere il dividendo» non crea valore, perché il prezzo si aggiusta da solo. Su un titolo di crescita come questo, oltretutto, la cedola è solo una piccola parte della storia.
Quanto rende il dividendo e come si tassa
Il rendimento da dividendo (dividend yield) si calcola dividendo la cedola annua per il prezzo dell’azione. Su Interpump, dove la cedola è bassa e il prezzo è cresciuto molto nel tempo, lo yield percentuale è storicamente modesto: è coerente con il profilo di un titolo che remunera l’azionista più con la crescita che con la distribuzione. Qui non diamo un valore «ufficiale», perché cambia ogni giorno: trovi la formula passo-passo nella guida al rendimento da dividendi.
Sul piano fiscale Interpump è semplice, perché è una società italiana con sede in provincia di Reggio Emilia: il dividendo incassato tramite un intermediario italiano sconta una ritenuta a titolo d’imposta del 26%, applicata direttamente dalla banca o dal broker. Non devi dichiarare nulla e ricevi l’importo già netto.
Il meccanismo tecnico si chiama «sostituto d’imposta»: l’intermediario trattiene il 26% e lo versa allo Stato al posto tuo, così il dividendo non concorre al tuo reddito IRPEF e non va riportato in dichiarazione. È un vantaggio di semplicità, ma ha un risvolto: poiché la ritenuta è «a titolo d’imposta» e non «d’acconto», non puoi recuperarla nemmeno se hai un’aliquota IRPEF più bassa. Il 26% è secco, uguale per tutti.
Anche se Interpump fattura in gran parte all’estero, ciò che conta ai fini della tua tassazione sul dividendo non è dove l’azienda guadagna, ma dove ha la sede legale: in Italia. Il suo dividendo è quindi a tutti gli effetti «italiano», senza ritenute estere o doppia imposizione. Il caso si complicherebbe solo per azioni di società domiciliate all’estero: per il quadro completo vedi la tassazione dei dividendi italiani ed esteri e, per i casi esteri, i dividendi esteri e la doppia imposizione.
Plusvalenze: la tassa se vendi in guadagno
Per un titolo come Interpump le plusvalenze sono, fiscalmente, la voce più importante. Se vendi le azioni a un prezzo più alto di quello d’acquisto, la differenza è una plusvalenza tassata al 26%. Trattandosi di un’azione che storicamente ha remunerato l’azionista soprattutto con la crescita del prezzo, chi avesse comprato anni fa potrebbe trovarsi con una plusvalenza rilevante, e quindi con un’imposta consistente al momento della vendita. Le plusvalenze su azioni rientrano tra i «redditi diversi» e possono essere compensate con le minusvalenze (le perdite) realizzate su altri titoli.
Le minusvalenze restano utilizzabili per compensare guadagni futuri fino al quarto anno successivo a quello in cui le hai realizzate. Se usi un broker in «regime amministrato» è la banca a fare tutti i calcoli e i versamenti per te; in «regime dichiarativo» devi riportare tutto nel quadro RT della dichiarazione. I dettagli e gli esempi sono in guida al capital gain al 26% e in compensazione delle minusvalenze.
C’è un’asimmetria fiscale importante, particolarmente rilevante per un titolo di crescita come Interpump: i dividendi non possono essere usati per recuperare le minusvalenze, mentre le plusvalenze sì. Poiché qui il grosso del potenziale rendimento è proprio la plusvalenza, questa è un’ottima notizia: il guadagno «principale» è di quelli compensabili con eventuali perdite pregresse. È una delle differenze tecniche che rendono la gestione di un portafoglio di azioni più «manuale» rispetto a un ETF ad accumulazione, dove la tassazione scatta solo al momento della vendita.
Va ricordato infine il criterio con cui si calcola il guadagno quando hai comprato lo stesso titolo in più momenti a prezzi diversi: si usa il costo medio ponderato. Tieni quindi traccia dei prezzi di carico, perché determinano quanta plusvalenza (e quindi quanta tassa) emergerà alla vendita. In regime amministrato ci pensa la banca, ma sapere come funziona ti aiuta a non avere sorprese.
Interpump dentro un PIR: il vantaggio della mid cap
Questa è una differenza tecnica rispetto a una big cap come Eni o Leonardo: quelle riempiono solo la quota principale del 70%, mentre Interpump può andare a comporre anche la quota «difficile», quella riservata alle non-blue chip. Per chi costruisce un PIR, le mid cap come Interpump sono spesso più «preziose» proprio perché aiutano a rispettare il vincolo del 30%, che è la parte più ostica del regolamento.
Il vantaggio fiscale del PIR resta il solito ed è notevole: se mantieni l’investimento per almeno 5 anni, plusvalenze e dividendi sono esenti da imposta. Su un titolo di crescita come Interpump, dove il rendimento storico è venuto soprattutto dalla rivalutazione del prezzo, l’esenzione del 26% sulla plusvalenza è la voce che può pesare di più. Restano però le regole stringenti: tetto annuo e complessivo agli importi, vincolo dei 5 anni (vendere prima fa decadere i benefici), apertura presso un intermediario che offra il «contenitore» PIR. Vantaggi e limiti sono spiegati nella guida ai PIR.
Come si compra Interpump dall’Italia
Come si compra dall’Italia
Per comprare azioni Interpump dall’Italia ti serve un conto titoli presso una banca o un broker che dia accesso a Euronext Milan (praticamente tutti). Cerchi il titolo con il codice ISIN IT0001078911 o il ticker IP e invii un ordine: «a mercato» per eseguire subito al prezzo corrente, oppure «con limite» per fissare il prezzo massimo che sei disposto a pagare. Trattandosi di una mid cap, gli scambi possono essere un po’ meno fitti di quelli di una big cap: l’ordine «con limite» è particolarmente utile per controllare il prezzo di esecuzione.
Sui costi fai attenzione a due voci: le commissioni di negoziazione del broker e l’imposta di bollo sul deposito titoli (0,2% annuo sul controvalore). Comprare una singola azione non comporta i costi di gestione di un fondo, ma ti espone al rischio di un solo titolo: ne parliamo qui sotto.
Azione singola o ETF: come decidere il peso
È la domanda che si pone chiunque guardi un titolo come Interpump: meglio comprare la singola azione o un ETF che la contiene insieme ad altre? Non c’è una risposta «giusta» universale, e soprattutto non è una risposta che possiamo darti noi: dipende dai tuoi obiettivi, dal tuo orizzonte temporale e da quanta concentrazione sei disposto a sopportare. Possiamo però mettere in fila le differenze che contano davvero.
Con la singola azione scegli esattamente l’azienda su cui puntare e non paghi commissioni di gestione annue. In cambio concentri tutto su un solo titolo: se Interpump attraversa una fase difficile — un ciclo industriale debole, un’acquisizione mal riuscita — non c’è nulla in portafoglio che compensi. Trattandosi di una mid cap, inoltre, la singola azione tende a essere più volatile di una big cap. Esistono ETF sulle medie capitalizzazioni italiane o europee, o sui beni strumentali, che includono Interpump insieme a tante altre aziende: rinunci alla scommessa mirata, paghi un piccolo costo annuo (il TER), ma ottieni diversificazione.
Una via di mezzo molto usata è considerare la singola azione come una quota satellite di un portafoglio che ha al centro fondi diversificati: una posizione contenuta, di cui conosci bene rischi e fiscalità, accanto a un nucleo più stabile. Per ragionare sul peso e sulla dimensione di un titolo — e sulla differenza tra large, mid e small cap, che qui è particolarmente pertinente — vedi large, mid e small cap; per imparare a leggere i conti di un’azienda, l’analisi fondamentale.
I rischi specifici di una singola azione Interpump
Oltre al rischio generale di concentrazione, un’azione Interpump porta con sé rischi specifici. Il primo è la ciclicità industriale: la domanda di pompe e componenti oleodinamici segue gli investimenti delle imprese in edilizia, agricoltura e movimento terra. In una fase economica debole, gli ordini calano e i risultati ne risentono più di quanto accada per un’azienda difensiva.
Il secondo è il rischio legato alle acquisizioni: la crescita di Interpump si fonda sull’M&A, e ogni acquisto comporta il rischio di pagare troppo o di non integrare bene l’azienda comprata. Il debito usato per finanziare gli acquisti va monitorato. Il terzo è il rischio di governance e continuità, tipico delle aziende imprenditoriali fortemente identificate con il fondatore. Il quarto è il rischio di cambio e geografico: Interpump fattura molto all’estero, quindi i movimenti delle valute e l’andamento delle economie estere incidono sui conti.
Tutti questi fattori si sommano al rischio più banale ma più importante: quello di prezzo. Il valore di un’azione oscilla ogni giorno e, su una mid cap, le oscillazioni tendono a essere più ampie che su una big cap. Interpump è un’azione ciclica e di media capitalizzazione: per capire la differenza con le azioni difensive vedi azioni difensive e cicliche, e per ragionare sul peso da dare a un singolo titolo — e su quanto le dimensioni di un’azienda ne influenzino il rischio — large, mid e small cap. La regola di fondo resta una sola: una posizione su Interpump va dimensionata in base a quanto saresti sereno se quella parte di portafoglio perdesse valore.
Domande frequenti
Ogni quanto Interpump paga il dividendo?
Una volta l’anno, di norma a maggio, in un’unica soluzione. Sull’esercizio 2024 il dividendo è stato di 0,33 € per azione, pagato a maggio 2025, in lieve crescita rispetto agli 0,32 € dell’esercizio precedente.
Quante tasse si pagano sul dividendo Interpump?
Il 26%, trattenuto direttamente dall’intermediario italiano come ritenuta a titolo d’imposta. Su 0,33 € lordi ti restano circa 0,244 € netti per azione.
Interpump fa parte del FTSE MIB?
No. Interpump è una mid cap: fa parte del FTSE Italia Mid Cap e del segmento STAR di Borsa Italiana, non del FTSE MIB delle 40 maggiori società. Questo ha effetti concreti sul calcolo dei vincoli di un PIR.
Perché Interpump è interessante per un PIR?
Perché, non essendo nel FTSE MIB, rientra nella quota del 30% riservata alle imprese italiane fuori dal listino principale: è proprio la parte più difficile da riempire in un PIR ordinario. Detenuta 5 anni, beneficia dell’esenzione fiscale su dividendi e plusvalenze.
Conviene Interpump per il dividendo?
Non diamo consigli. Va però detto che Interpump ha storicamente un dividendo piccolo e un payout contenuto: è un titolo «di crescita», che ha remunerato l’azionista soprattutto con la rivalutazione del prezzo più che con la cedola.
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Questa è una delle schede del settore Industria e meccanica: vedi tutte le aziende del comparto a confronto, con dividendi e fiscalità.
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