iShares $ High Yield Corp Bond (IHYU) UCITS ETF: analisi completa (ISIN IE00B4PY7Y77)
Scheda completa dell’ETF sui junk bond americani (high yield): cedole ~6%, perché il nemico sono le recessioni (non i tassi), il rischio «di coda», quando ha senso e la tassazione italiana. Dati ufficiali datati.
- TER 0,50% · Distribuzione trimestrale · in USD
- Junk bond americani (rating BB/B/CCC)
- Cedole ~6%, ma nemico = recessioni (non i tassi)
- Asset «ibrida», NON un «bene rifugio»
Dati ufficiali aggiornati al giugno 2026 (patrimonio e caratteristiche). Fonte: iShares / BlackRock (scheda ufficiale) e justETF. Rendimento da distribuzione indicativo e variabile nel tempo.
L’iShares $ High Yield Corp Bond UCITS ETF permette di investire nelle obbligazioni «high yield» (ad alto rendimento) delle aziende americane: i celebri «junk bond» (letteralmente «obbligazioni spazzatura»), cioè il debito di società con un rating sotto la soglia «investment grade» (di buona qualità). In un unico strumento, raccoglie circa 1.324 obbligazioni emesse — in dollari — da aziende USA con rating BB, B o inferiore, che per questo motivo pagano cedole molto alte (rendimento storicamente intorno al 6%). L’ETF replica l’indice iBoxx USD Liquid High Yield Capped, ed è uno strumento grande (oltre 2 miliardi di euro) e molto diversificato.
In questa scheda lo analizziamo a fondo — composizione, costi, rischi e tassazione italiana — con dati ufficiali sempre datati, e con un angolo molto preciso. Perché il nome «spazzatura» fa paura, ma è in parte fuorviante: non si tratta di aziende «sull’orlo del fallimento», bensi’ di società reali e operative (spesso grandi e note) che semplicemente hanno più debito o un profilo più rischioso della media, e che quindi devono offrire rendimenti più alti per convincere gli investitori a prestargli denaro. Il punto cruciale da capire è la natura del rischio: gli high yield non sono particolarmente sensibili ai tassi d’interesse (la loro «duration» è corta), ma sono fortemente legati al ciclo economico — nelle recessioni, quando aumentano i fallimenti aziendali, possono scendere bruscamente, comportandosi più come le azioni che come le obbligazioni «sicure». Capire questo — e perché gli high yield americani sono diversi da quelli europei — è la chiave per usarli bene, in cerca di un rendimento elevato.
1. Scheda sintetica del fondo
| Nome completo | iShares $ High Yield Corp Bond UCITS ETF (Dist) |
|---|---|
| ISIN | IE00B4PY7Y77 |
| Ticker | IHYU / IS0R |
| Indice replicato | Markit iBoxx USD Liquid High Yield Capped |
| Cosa contiene | Obbligazioni high yield (junk) di aziende USA |
| Rating | Sotto investment grade (BB/B/CCC) |
| Costo annuo (TER) | 0,50% |
| Metodo di replica | Fisica a campionamento |
| Politica dei proventi | Distribuzione TRIMESTRALE |
| Rendimento da distribuzione | circa 6% l’anno |
| Valuta del fondo | USD (non coperto; esiste EUR hedged) |
| Domicilio | Irlanda |
| Patrimonio (AUM) | oltre 2 miliardi di euro (al giugno 2026) |
| Numero di obbligazioni | circa 1.324 (molto diversificato) |
2. Cosa sono gli high yield (e il rischio di default)
Partiamo dal capire cosa sia un «high yield» (o junk bond), perché il nome inganna. Le obbligazioni aziendali si dividono in due grandi categorie, in base al rating (il «voto» che le agenzie come Moody’s, S&P e Fitch danno alla solidita’ dell’emittente). Le obbligazioni «investment grade» (rating da AAA fino a BBB-) sono quelle di aziende considerate solide, con basso rischio di fallimento: rendono poco perché sono sicure. Le obbligazioni «high yield» (rating BB+ e inferiore: BB, B, CCC…) sono quelle di aziende considerate più rischiose — perché più indebitate, in settori ciclici, o con bilanci più fragili — e che quindi, per convincere gli investitori, devono offrire cedole più generose. È un semplice scambio: più rendimento in cambio di più rischio. Il termine «spazzatura» è evocativo ma esagerato: molte di queste aziende sono grandi, note e operative; semplicemente, hanno un profilo finanziario meno «blindato» di un colosso AAA.
Il rischio specifico degli high yield è il rischio di default (fallimento): la possibilità che alcune di queste aziende non riescano a ripagare il debito. In un ETF come questo, però, il rischio è fortemente diversificato (1.324 obbligazioni di centinaia di aziende e settori): il fallimento di una singola società incide pochissimo. Il punto fondamentale da capire è quando questi default aumentano: nelle recessioni. Quando l’economia rallenta, le aziende più fragili (quelle high yield) sono le prime a soffrire, i fallimenti aumentano, e il mercato — per il timore di questi default — fa scendere i prezzi di tutti gli high yield (allargando i cosiddetti «spread», cioè l’extra-rendimento richiesto rispetto ai titoli sicuri). È per questo che gli high yield sono fortemente legati al ciclo economico, e si comportano — nelle fasi di crisi — più come le azioni (scendono nelle recessioni) che come le obbligazioni «sicure» (che invece tendono a salire). Sono, in un certo senso, un’asset class «ibrida», a meta’ tra il rischio obbligazionario e quello azionario.
| BB (il «meglio» del junk) | il gradino più alto sotto investment grade |
|---|---|
| B (cuore del mercato high yield) | rischio più elevato, cedole più ricche |
| CCC e inferiori (i più' rischiosi) | alto rischio di default, rendimenti molto alti |
| In sintesi | tutte SOTTO investment grade: «junk bond» americani |
3. Dentro il fondo: cedole alte, ma rischio «di coda»
Cosa significa, in pratica, possedere questo ETF (dati al 31 maggio 2026)? Significa possedere un paniere amplissimo e diversificato di circa 1.324 obbligazioni high yield di aziende americane, in dollari, che pagano una cedola generosa (rendimento da distribuzione intorno al 6%, distribuito trimestralmente). È uno strumento pensato per chi cerca reddito elevato dalla parte obbligazionaria del portafoglio. Una caratteristica che può ingannare è la volatilita’ apparentemente bassa (intorno al 6% in periodi normali): in apparenza, sembra uno strumento «tranquillo». Ma è una fotografia incompleta, perché nasconde il vero rischio — quello «di coda»: nelle recessioni, quando i default aumentano, gli high yield possono crollare bruscamente (cali del 20-30% nelle crisi più gravi, come nel 2008 o brevemente nel 2020).
È bene capire i due fattori che muovono il prezzo di questo ETF, perché sono diversi da quelli di un’obbligazione «normale». Il primo, e il più importante, è il «rischio di credito» legato al ciclo economico: quando l’economia va bene (pochi fallimenti), gli high yield rendono tranquillamente le loro cedole; quando l’economia rallenta o entra in recessione (i fallimenti aumentano), i prezzi scendono. Il secondo, molto meno rilevante, è il rischio di tasso d’interesse: a differenza dei titoli di Stato a lunga scadenza (molto sensibili ai tassi), gli high yield hanno una duration corta (scadenze medie brevi), quindi soffrono poco quando i tassi salgono. È una differenza importante: mentre un Treasury lungo crolla col rialzo dei tassi (come nel 2022), un high yield ne risente molto meno (il suo nemico non sono i tassi, ma le recessioni). C’è poi, per l’investitore italiano, il rischio di cambio sul dollaro (il fondo è in dollari, non coperto). In sintesi, possedere questo ETF significa avere un’asset class «a rendimento» e «ibrida»: cedole alte e poca sensibilita’ ai tassi, ma un rischio «azionario» nascosto (i crolli nelle recessioni) e il rischio di cambio.
| Indice | Markit iBoxx USD Liquid High Yield Capped |
|---|---|
| Numero di obbligazioni | circa 1.324 (molto diversificato) |
| Rendimento da distribuzione | circa 6% l’anno |
4. Perché investirci (e i rischi)
Perché investire negli high yield americani? La ragione principale è il rendimento: cedole molto più alte (storicamente ~6%) di quelle delle obbligazioni «sicure» (titoli di Stato, corporate investment grade), che le rendono attraenti per chi cerca reddito. La seconda è la bassa sensibilita’ ai tassi (duration corta): in fasi di rialzo dei tassi (come il 2022), gli high yield soffrono molto meno dei titoli di Stato a lunga scadenza, il che li rende un’alternativa interessante quando si teme un aumento dei tassi (il loro rischio è un altro: le recessioni). La terza è la diversificazione: gli high yield si comportano in modo diverso sia dalle obbligazioni «sicure» sia dalle azioni «pure», aggiungendo varietà. La quarta è che il mercato high yield americano è il più grande, liquido e «maturo» del mondo: non una nicchia, ma un pilastro del sistema finanziario, ben diversificato su centinaia di aziende.
Va detto, però, con chiarezza, quali sono i rischi. Il primo, già visto, è il rischio «di coda» legato alle recessioni: il «premio» di rendimento non è gratis, ma compensa il rischio di default; nelle crisi economiche gravi, gli high yield possono crollare (cali del 20-30%), comportandosi più come le azioni che come i bond. La volatilita’ «contabile» bassa inganna: il vero rischio si manifesta raramente, ma in modo violento. Il secondo è il rischio di cambio sul dollaro (per l’investitore italiano). Il terzo, in modo più contenuto, è la sensibilita’ al «sentiment» del mercato: gli high yield, essendo «rischiosi», sono tra i primi a essere venduti nelle fasi di paura generale (anche solo per il timore di una recessione, prima ancora che i default si materializzino). In sostanza, gli high yield americani offrono un rendimento elevato con bassa sensibilita’ ai tassi, ma con un rischio «azionario» nascosto (i crolli nelle recessioni) e il rischio di cambio. Vanno usati come componente «a rendimento» della parte obbligazionaria, con piena consapevolezza che non sono un «porto sicuro»: il loro nemico è la recessione.
5. I rischi: le recessioni (non i tassi)
I rischi di questo ETF sono particolari e spesso sottovalutati da chi guarda solo alla cedola. Il primo, e il più importante, è il rischio di credito legato al ciclo economico: nelle recessioni, i fallimenti aziendali aumentano e gli high yield crollano (cali del 20-30% nelle crisi gravi, come nel 2008). La volatilita’ «contabile» bassa (~6%) inganna: il vero rischio è «di coda», raro ma violento. Gli high yield si comportano, nelle crisi, più come le azioni che come le obbligazioni «sicure» — un fatto cruciale da capire (non sono un «porto sicuro» per i momenti difficili: anzi, soffrono proprio allora). Il secondo, in positivo, è la bassa sensibilita’ ai tassi (duration corta): a differenza dei titoli di Stato a lunga scadenza, gli high yield soffrono poco quando i tassi salgono (il loro nemico sono le recessioni, non i tassi).
Il terzo, fondamentale per l’investitore italiano, è il rischio di cambio sul dollaro (il fondo è in dollari, non coperto; esistono versioni «EUR hedged»). Il quarto è la sensibilita’ al «sentiment»: gli high yield sono tra i primi a essere venduti nelle fasi di paura, anche solo per il timore di una recessione. Il quinto è un rischio di liquidità: in condizioni di stress estremo, il mercato high yield può diventare improvvisamente «illiquido» (difficile vendere senza far scendere i prezzi). Va comunque ricordato il pregio della diversificazione (1.324 obbligazioni: il fallimento di una singola azienda incide pochissimo). Nel complesso, gli high yield americani sono uno strumento «a rendimento» dal rischio «ibrido»: cedole alte e poca sensibilita’ ai tassi, ma un rischio «azionario» nascosto (le recessioni) che la bassa volatilita’ media non rivela. Vanno trattati come una componente «aggressiva» della parte obbligazionaria — un modo per cercare reddito accettando un rischio ciclico — non come un «bene rifugio» difensivo.
6. High yield USA vs EUR vs fallen angels vs investment grade
Veniamo alle precisazioni fondamentali, perché nel mondo delle obbligazioni «a rendimento» ci sono diverse asset class che si confondono. Il primo confronto è con gli high yield EUROPEI (di cui parliamo a parte): stessa idea (junk bond), ma geografia e valuta diverse. Gli high yield europei sono in euro (niente rischio cambio per l’italiano) e riflettono l’economia europea; questi sono americani, in dollari, e riflettono l’economia USA (il mercato high yield più grande e liquido del mondo). Chi vuole evitare il rischio cambio sceglie gli europei (in euro); chi vuole il grande mercato americano (con il rischio dollaro) sceglie questi. Il secondo confronto è con la strategia «fallen angels» (di cui pure trattiamo): quella seleziona solo i bond «angeli caduti» (nati investment grade e poi declassati a high yield), una nicchia «contrarian» di qualità superiore (BB); questo, invece, è un high yield «ampio» (tutto il mercato junk, da BB fino a CCC). Sono due «sapori» diversi dell’high yield: ampio (questo) vs selettivo (fallen angels).
Il terzo confronto, fondamentale, è con le obbligazioni corporate «investment grade» (di cui trattiamo): è la differenza tra «sicuro» e «rischioso». Le investment grade sono il debito di aziende solide (rating alto, basso rischio di fallimento): rendono poco ma sono relativamente sicure. Gli high yield sono il debito di aziende più fragili (rating basso): rendono molto di più, ma con il rischio di default (specie nelle recessioni). Chi vuole sicurezza sceglie le investment grade; chi vuole rendimento (e accetta il rischio ciclico) sceglie gli high yield. In un portafoglio, l’ETF sugli high yield americani ha quindi il ruolo di componente obbligazionaria «a rendimento» e «aggressiva»: un modo per cercare cedole alte (~6%) e poca sensibilita’ ai tassi, accettando il rischio «ibrido» (le recessioni) e quello di cambio. Non è un «bene rifugio» (per quello servono titoli di Stato o covered bond), ne’ un sostituto della parte azionaria: è un tassello «a rendimento» dal profilo a meta’ tra bond e azione.
7. Per chi ha senso (e per chi no)
Per chi ha senso, dunque, questo ETF? Ha senso per l’investitore che cerca un reddito elevato (cedola ~6%) dalla parte obbligazionaria, è disposto ad accettare il rischio ciclico (i crolli nelle recessioni) in cambio di cedole alte, e apprezza la bassa sensibilita’ ai tassi (un vantaggio quando si teme un rialzo dei tassi, scenario in cui gli high yield soffrono molto meno dei titoli di Stato lunghi). Ha senso per chi vuole diversificare la parte obbligazionaria, aggiungendo un’asset class «a rendimento» diversa dalle obbligazioni «sicure». Ha senso per chi ha una visione favorevole o neutrale sull’economia (gli high yield rendono bene finché i fallimenti restano contenuti). Per questi profili, è uno strumento efficiente, grande e ben diversificato (1.324 obbligazioni) per cercare reddito.
Ha invece poco senso per chi cerca un «bene rifugio» o la massima sicurezza: gli high yield sono tutto il contrario (crollano nelle recessioni, proprio quando si vorrebbe protezione). Chi li compra ingannato dalla bassa volatilita’ «contabile», pensando di avere un «bond tranquillo», può ricevere una brutta sorpresa nella prossima crisi. Ha meno senso per chi è pessimista sull’economia (in vista di una recessione, gli high yield sono tra i più esposti). Ha meno senso per chi non vuole il rischio di cambio sul dollaro (in tal caso, meglio gli high yield europei in euro, o una classe «EUR hedged»). E ha poco senso come unica componente obbligazionaria: è un tassello «a rendimento» che andrebbe affiancato a una base più «sicura». La regola d’oro: gli high yield americani sono una componente obbligazionaria «a rendimento» e «aggressiva», da usare per cercare cedole alte accettando il rischio ciclico — mai come «porto sicuro». Usati così, come parte «aggressiva» ma diversificata dell’obbligazionario, sono un tassello interessante; scambiati per un investimento «difensivo», tradiscono chi non ne ha capito la natura «ibrida» (il loro nemico è la recessione).
8. Replica, costi e le classi (hedged, accumulazione)
Sul piano tecnico, il fondo adotta una replica fisica a campionamento (sampling): non compra tutte le 1.324 obbligazioni dell’indice, ma un campione rappresentativo. È domiciliato in Irlanda, è UCITS armonizzato e — in questa classe — a distribuzione trimestrale (paga le cedole quattro volte l’anno, coerentemente con la sua vocazione «income»). Il costo annuo (TER) è dello 0,50%: in linea con gli ETF high yield (che richiedono una gestione più attenta di obbligazioni meno liquide). Il fondo è grande (oltre 2 miliardi di euro di patrimonio: è uno dei principali ETF su high yield americani, noto con il ticker IHYU), lanciato nel 2011, e segue l’indice iBoxx USD Liquid High Yield Capped, che raccoglie le obbligazioni high yield americane più liquide (un criterio importante, dato che la liquidità è un punto debole di questa asset class).
Due aspetti pratici. Il primo è la valuta: questa classe è in dollari e non è a cambio coperto, quindi l’investitore italiano è esposto al rischio sul dollaro; esistono versioni «EUR hedged» (a cambio coperto) e versioni ad accumulazione (che reinvestono le cedole, più efficienti dal punto di vista fiscale e del differimento). La scelta della classe dipende dalle proprie esigenze (reddito o capitalizzazione, copertura del cambio o no). Il secondo è che l’indice privilegia le obbligazioni «liquide» (le più facilmente scambiabili): è un criterio di prudenza importante, perché nelle fasi di stress il mercato high yield può diventare improvvisamente «illiquido», e privilegiare i titoli liquidi attenua (anche se non elimina) questo rischio. È bene infine ricordare la composizione «mista» per rating (BB, B, CCC): non è tutto «spazzatura estrema», ma una via di mezzo, con prevalenza dei gradini «meno peggiori» (BB/B) dell’high yield.
9. Tassazione italiana
Sul piano fiscale, l’iShares $ High Yield Corp Bond è un ETF obbligazionario UCITS armonizzato domiciliato in Irlanda. Un punto importante riguarda l’aliquota: poiché il fondo contiene obbligazioni di aziende (debito corporate, non titoli di Stato), non si applica l’aliquota agevolata del 12,5% (riservata ai titoli di Stato e agli enti white list): i proventi e le plusvalenze sono tassati al 26% pieno. È una differenza da tenere a mente rispetto agli ETF su titoli di Stato (dove una quota gode del 12,5%): qui, essendo debito aziendale «rischioso», si è al 26% su tutto.
C’è poi il consueto punto legato alla distribuzione: essendo questa classe a distribuzione trimestrale, ogni cedola (qui generosa, ~6%) viene tassata subito, al 26%, nel trimestre in cui la ricevi. Non c’è differimento (a differenza di una classe ad accumulazione, che tassa solo alla vendita). Vale la consueta asimmetria degli ETF armonizzati: il guadagno (cedole e plusvalenze) è «reddito di capitale», la perdita è «reddito diverso» (zainetto, 4 anni), e le due cose non si compensano tra loro. Questo dettaglio è tutt’altro che teorico per gli high yield: con uno strumento che, in una recessione, può generare perdite importanti (cali del 20-30%), è bene sapere fin da subito che potrai usare quelle minusvalenze solo in modo limitato. Da ricordare, infine, il rischio di cambio sul dollaro (per la classe non coperta), che genera anch’esso plus/minusvalenze «da cambio».
Sul fronte operativo: con un intermediario italiano in regime amministrato fa tutto la banca (preleva il 26% su ogni cedola e applica il bollo dello 0,2%, senza obblighi dichiarativi); con un broker estero in regime dichiarativo te ne occupi tu, con il quadro RW (monitoraggio) e l’IVAFE (0,2%), oltre alla gestione del rischio di cambio sul dollaro.
Esempio: la natura «ibrida» (tempi buoni vs recessione)
Un esempio per capire la natura «ibrida» degli high yield. Immagina di possedere questo ETF in tempi economici normali: l’economia cresce, i fallimenti aziendali sono pochi, e tu incassi tranquillamente la tua cedola del 6% l’anno — un reddito molto più generoso di un titolo di Stato. Per anni, magari, va tutto bene: gli high yield si comportano da bravi «bond ad alto rendimento», con oscillazioni modeste. È lo scenario «buono», che si verifica nella maggior parte del tempo, e per cui molti li comprano: tanto reddito, apparente tranquillita’.
Ora immagina che arrivi una recessione (come nel 2008, o per un attimo nel 2020). L’economia rallenta, le aziende più fragili (proprio quelle high yield) iniziano a faticare, alcuni fallimenti si materializzano, e — soprattutto — il mercato, per il timore di molti default, fa crollare i prezzi di tutti gli high yield: il tuo ETF può perdere il 20-30% in poche settimane, comportandosi più come un’azione che come un bond «sicuro». E, a peggiorare le cose, cio’ accade proprio quando anche le tue azioni stanno crollando (è la stessa recessione a colpire entrambe): l’high yield non ti protegge nelle crisi, anzi, soffre insieme alle azioni. Questa è la natura «ibrida» e il rischio «di coda» degli high yield: la cedola del 6% è la ricompensa per aver accettato questo rischio. La lezione: gli high yield rendono bene nei tempi buoni, ma il loro nemico — la recessione — colpisce proprio quando il resto del portafoglio già soffre. Il risultato in euro dipende anche dal cambio sul dollaro.
10. Conclusione
L’iShares $ High Yield Corp Bond è lo strumento per investire negli high yield americani (i «junk bond»): le obbligazioni di aziende USA con rating sotto investment grade (BB/B/CCC), che pagano cedole alte (~6%) per compensare il maggior rischio di default. È un’asset class «a rendimento» e «ibrida», a meta’ tra il rischio obbligazionario e quello azionario: il suo nemico non sono i tassi (la duration è corta, soffre poco quando i tassi salgono), ma le recessioni (quando i fallimenti aumentano e i prezzi crollano, anche del 20-30%).
Va capito per quello che è: uno strumento da reddito elevato, ma con un rischio «azionario» nascosto che la bassa volatilita’ «contabile» inganna (si manifesta raramente, ma in modo violento, nelle crisi). Non è un «bene rifugio»: anzi, soffre proprio nelle recessioni, insieme alle azioni. È importante distinguerlo dagli high yield europei (in euro, niente rischio cambio), dalla strategia «fallen angels» (una nicchia selettiva di qualità superiore) e dalle obbligazioni investment grade (sicure, ma a basso rendimento). Sul piano fiscale, attenzione: essendo debito aziendale (non titoli di Stato), si applica il 26% pieno (niente 12,5%), con l’asimmetria sulle minusvalenze (realistiche nelle recessioni) e — in questa classe — la tassazione trimestrale delle cedole, più il cambio dollaro. Per capire se — e in quale misura — inserirlo nella parte obbligazionaria del tuo portafoglio (come componente «a rendimento»), vale la pena consultare le nostre altre schede (high yield europei, fallen angels, corporate investment grade) o un professionista. La sintesi: gli high yield americani sono una «macchina da cedole» a rischio ciclico — rendimento alto, poca sensibilita’ ai tassi, ma vulnerabili alle recessioni — da usare con consapevolezza che il loro rischio vero è «di coda», non quotidiano.
Domande frequenti
Cosa sono i «junk bond» / high yield?
Obbligazioni di aziende con rating SOTTO investment grade (BB, B, CCC): società considerate più rischiose (più indebitate o in settori ciclici), che per questo pagano cedole ALTE (~6%) per compensare il maggior rischio di default. «Spazzatura» è esagerato: sono aziende reali e operative, solo con un profilo finanziario meno «blindato» di un colosso AAA.
Qual e' il rischio principale (e perché' non sono i tassi)?
Il RISCHIO DI CREDITO legato al CICLO ECONOMICO: nelle RECESSIONI i fallimenti aumentano e gli high yield crollano (cali del 20-30%). NON sono i tassi: la loro «duration» è corta, quindi soffrono poco quando i tassi salgono (a differenza dei titoli di Stato lunghi). Il loro nemico è la recessione, non i tassi. Si comportano più come azioni nelle crisi.
Che differenza c'e' con gli high yield europei?
Geografia e valuta. Gli high yield EUROPEI sono in EURO (niente rischio cambio per l’italiano), riflettono l’economia europea. Questi sono AMERICANI, in DOLLARI, riflettono l’economia USA (il mercato junk più grande e liquido del mondo). Chi vuole evitare il cambio sceglie gli europei; chi vuole il grande mercato USA (col dollaro) sceglie questi.
La volatilita' bassa (~6%) significa che sono sicuri?
No, inganna. La bassa volatilita’ «contabile» nasconde il vero rischio, che è «DI CODA»: raro ma violento. Nelle recessioni gli high yield possono crollare del 20-30%, comportandosi come azioni. Per anni sembrano tranquilli, poi — in una crisi — soffrono molto, proprio quando anche le azioni crollano. NON sono un «bene rifugio».
Come sono tassati in Italia?
Al 26% PIENO: sono obbligazioni CORPORATE (aziendali), non titoli di Stato, quindi niente aliquota agevolata del 12,5%. A distribuzione trimestrale → ogni cedola (generosa) tassata SUBITO. Asimmetria sulle minusvalenze (realistiche nelle recessioni). Cambio dollaro (esiste classe EUR hedged o versione accumulazione).
ETF obbligazionari: da non confondere
Spesso confuso con (stesso credito o stessa scadenza, trattamento diverso):
- iShares EUR High Yield Bond (IHYG) — Obbligazionario high yield · fisco 26%
- VanEck Global Fallen Angel High Yield — Obbligazionario strategia (fallen angels) · fisco 26%
Altri ETF «Alto rendimento & credito speciale»:
- iShares EUR High Yield Bond (IHYG) · fisco 26%
- SPDR Global Convertible Bond (EUR hedged) · fisco 26%
- VanEck Global Fallen Angel High Yield · fisco 26%
- Invesco AT1 Capital Bond · fisco 26%
- iShares EUR AAA CLO Active · fisco 26%
→ ETF obbligazionari a confronto: i 27 a confronto e il bivio fiscale 12,5% vs 26% · Tutte le schede ETF