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Opzioni call e put: come funzionano davvero

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Opzioni call e put: come funzionano davvero
A cura di Fisco Investimenti

Questa guida serve a orientare la lettura e preparare domande migliori. Non sostituisce la valutazione del caso concreto: norme, documenti e scadenze possono cambiare in base alla situazione personale o aziendale.

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📅 Pubblicato il 14 Luglio 2026
Strumenti finanziari

Opzioni call e put: come funzionano davvero

Un’opzione è un diritto, non un obbligo: paghi oggi un premio per poterti muovere domani. Ecco la meccanica completa — strike, scadenza, esercizio — con i numeri e senza gergo inutile.

In sintesi: una call dà il diritto di comprare un sottostante a un prezzo prefissato (strike) entro o a una certa data; una put dà il diritto di venderlo. Chi compra l’opzione paga un premio e rischia al massimo quello; chi la vende incassa il premio ma si assume un obbligo, con rischi molto più grandi. Tutto il resto — greche, strategie, margini — discende da qui.

1. Il contratto: quattro elementi

Ogni opzione è definita da quattro elementi: il sottostante (un’azione, un indice, un ETF, una materia prima), lo strike (il prezzo a cui potrai comprare o vendere), la scadenza (il giorno in cui il diritto si estingue) e il premio (quanto paghi oggi per quel diritto). Sui mercati regolamentati i contratti sono standardizzati: sull’azionario un contratto controlla di norma 100 azioni, quindi un premio quotato 1,50 € costa in realtà 150 €.

Le opzioni europee si possono esercitare solo a scadenza, le americane in qualsiasi momento. Nella pratica retail l’esercizio anticipato è raro: quasi tutti chiudono la posizione rivendendo l’opzione sul mercato.

2. La call spiegata con i numeri

Immagina un’azione che quota 20 €. Compri una call strike 21 con scadenza a 3 mesi pagando un premio di 0,80 € per azione (80 € a contratto).

Prezzo a scadenzaValore della callRisultato (premio 0,80)
18 €0 € (non conviene esercitare)−0,80 € per azione: perso tutto il premio
21 €0 €−0,80 €
21,80 €0,80 €0: il pareggio è strike + premio
25 €4 €+3,20 € per azione (+400% sul premio)

Due cose da notare. Primo: il pareggio non è lo strike ma strike più premio. Secondo: la leva è enorme nei due sensi — con l’azione a 25 il titolo ha fatto +25%, la call +400%; ma sotto 21 l’azione può anche essere salita da 20 a 20,90 e tu hai comunque perso il 100% del premio. La maggior parte delle opzioni comprate scade senza valore: il tempo lavora contro il compratore.

3. La put: assicurazione o scommessa

La put è speculare: guadagna se il sottostante scende sotto lo strike. Ha però un secondo uso, più interessante per l’investitore di lungo periodo: la put protettiva. Possiedi 100 azioni a 20 € e compri una put strike 18: qualunque cosa accada, per tutta la vita dell’opzione hai il diritto di vendere a 18. Hai comprato un’assicurazione col massimale noto; il premio è il costo della polizza, e come ogni polizza il più delle volte scade inutilizzata.

4. Chi vende le opzioni (e perché)

Per ogni compratore c’è un venditore che incassa il premio. Il venditore di call si impegna a consegnare il sottostante allo strike; il venditore di put a comprarlo. Se il venditore possiede già le azioni (covered call) o ha la liquidità per comprarle (cash-secured put), il rischio è definito; se vende «nudo», il rischio è teoricamente illimitato sulle call. È il motivo per cui i broker chiedono margini a chi vende opzioni e riservano l’operatività ai profili con esperienza dichiarata.

5. Valore intrinseco e valore temporale

Il premio si scompone sempre in due parti: il valore intrinseco (quanto l’opzione varrebbe se scadesse ora: per la call, sottostante meno strike se positivo) e il valore temporale (tutto il resto: la probabilità che il movimento avvenga entro la scadenza). Il valore temporale si consuma ogni giorno — sempre più velocemente man mano che la scadenza si avvicina — e a scadenza è zero. Comprare opzioni molto vicine alla scadenza costa poco proprio perché il tempo rimasto vale poco.

6. Dove si negoziano in Italia

Il mercato di riferimento italiano è l’IDEM di Borsa Italiana (opzioni su FTSE MIB e su singoli titoli); per sottostanti USA ed europei si passa dai mercati esteri (CBOE, Eurex) tramite broker che offrono i derivati. Non tutti i broker italiani lo fanno, e quasi tutti richiedono l’attivazione di un profilo apposito con test di adeguatezza MiFID: le opzioni sono strumenti complessi e il questionario non è una formalità.

Sulla tassazione (redditi diversi al 26%, compensazione con lo zainetto fiscale, quadro RT per i broker esteri) abbiamo scritto una guida dedicata: come si tassano le opzioni in Italia.

7. Come si legge una catena di opzioni

Aprendo la «option chain» di un titolo trovi una tabella con le call a sinistra, le put a destra e gli strike al centro, una riga per strike e una tabella per scadenza. Le colonne che contano: bid/ask (il vero prezzo è lì, e sugli strike poco scambiati lo spread può superare il 10% del premio), volume e open interest (quanti contratti esistono: pochi = illiquidità = uscite costose), e la volatilità implicita, che è il prezzo della paura: più il mercato teme movimenti, più i premi salgono. Comprare opzioni quando la volatilità implicita è ai massimi (tipicamente dopo un crollo) significa pagare care anche le attese giuste.

8. Oltre la singola opzione: le combinazioni base

Le strategie con più gambe nascono per ridurre il costo o definire il rischio. Le tre più usate dal retail consapevole: lo spread verticale (compri una call e ne vendi una a strike più alto: costo e guadagno massimo entrambi limitati), il collar (possiedi le azioni, compri una put protettiva e la finanzi vendendo una call: assicurazione quasi gratis in cambio del tetto ai guadagni) e lo straddle (compri call e put sullo stesso strike: scommetti su un grande movimento, in qualunque direzione — tipico prima di eventi binari, ma i premi doppi alzano molto il pareggio). Ognuna merita studio dedicato prima di usarla con soldi veri.

9. Margini: cosa ti chiede il broker

Chi compra opzioni paga il premio e basta: nessun margine. Chi vende deve depositare garanzie che il broker ricalcola ogni giorno: per una put cash-secured l’intero controvalore dell’eventuale acquisto, per posizioni nude una frazione calcolata su scenari di stress. Se il mercato si muove contro, arriva la margin call: o versi altra liquidità o il broker chiude d’ufficio le posizioni, di solito nel momento peggiore. È il meccanismo che trasforma una strategia «quasi sempre vincente» in perdite improvvise: il venditore di opzioni incassa spesso poco e perde raramente tanto.

Domande frequenti

Posso perdere più di quanto ho investito comprando opzioni?

No: chi compra call o put rischia al massimo il premio pagato. Chi vende opzioni senza copertura, invece, può perdere molto più del premio incassato: sulle call nude la perdita potenziale è illimitata.

Che differenza c’è tra opzioni e certificati a leva?

Il certificato è un titolo emesso da una banca che replica strategie opzionarie (spesso con barriere e knock-out) e si compra come un’azione; l’opzione è il contratto derivato diretto, quotato su un mercato dedicato, senza rischio emittente della banca strutturatrice ma con marginazione e meccanica più complessa.

Conviene esercitare un’opzione americana prima della scadenza?

Quasi mai: esercitando incassi solo il valore intrinseco e butti via il valore temporale residuo. Conviene rivendere l’opzione sul mercato, che li paga entrambi. Le eccezioni riguardano i dividendi imminenti sulle call molto in the money.

Quanto capitale serve per iniziare?

Tecnicamente il costo di un premio (anche poche decine di euro). In pratica, per usare le opzioni sensatamente — proteggere un portafoglio o vendere put coperte — serve un portafoglio sottostante di almeno qualche migliaio di euro per contratto, dato il moltiplicatore 100.

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Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Milano · Autore e responsabile editoriale

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