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Futures: margini, leva e rollover spiegati

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Futures: margini, leva e rollover spiegati
A cura di Fisco Investimenti

Questa guida serve a orientare la lettura e preparare domande migliori. Non sostituisce la valutazione del caso concreto: norme, documenti e scadenze possono cambiare in base alla situazione personale o aziendale.

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📅 Pubblicato il 1 Ottobre 2026
Derivati

Futures: come funzionano margini, leva e rollover

Non si paga il contratto, si versa una garanzia: da qui nasce la leva, e da qui nasce il rischio di essere chiusi d’ufficio prima che la propria tesi si riveli giusta.

In sintesi: un future è un contratto che impegna a comprare o vendere un sottostante a una data futura e a un prezzo fissato oggi. Non si paga il valore del contratto: si versa un margine, una frazione di quel valore, e questa è l’origine della leva. Ogni sera la posizione viene liquidata e riaperta al prezzo di chiusura (marking to market): guadagni e perdite diventano movimenti di cassa quotidiani, non una plusvalenza alla fine. Sul piano fiscale i differenziali sono redditi diversi tassati al 26% (art. 67, comma 1, lett. c-quater del TUIR) e — punto che sorprende quasi tutti — molti broker non applicano il regime amministrato sui futures: si finisce nel dichiarativo, con il quadro RT da compilare.

Che cosa si compra davvero quando si compra un future

Un future ha quattro elementi che vanno letti insieme, e sono scritti nella specifica contrattuale del mercato, non decisi dal broker: il sottostante (un indice, una materia prima, un tasso, una valuta), il moltiplicatore, la scadenza e la modalità di liquidazione, che può essere per differenziale monetario o per consegna fisica.

Il moltiplicatore è la cifra che trasforma il prezzo quotato nel valore del contratto, e chi lo ignora sbaglia di un ordine di grandezza la dimensione della propria posizione. Sul FTSE MIB il moltiplicatore del future standard è di 5 euro per punto indice: con l’indice a 34.000 punti, un contratto vale 170.000 euro. Esiste anche il mini-future, con moltiplicatore 1 euro per punto: stesso mercato, stesso sottostante, un quinto della dimensione.

La differenza fra liquidazione monetaria e consegna fisica non è un dettaglio tecnico. Sui future su indici la liquidazione è sempre per differenziale: alla scadenza si regola in denaro la differenza fra il prezzo di acquisto e il valore di liquidazione. Sui future su materie prime la consegna fisica esiste, e un investitore privato non la vuole: è il motivo per cui il rollover, di cui parliamo più sotto, non è facoltativo.

Il margine non è un anticipo: è una garanzia

Qui nasce l’equivoco più comune. Il margine iniziale non è un acconto sul prezzo, è il deposito di garanzia che la cassa di compensazione richiede per coprire la perdita potenziale di una giornata avversa. Non si «sta pagando a rate» il contratto: si è esposti per l’intero valore nominale mentre si è vincolata solo una frazione del capitale.

Ci sono due soglie da tenere distinte:

  • Margine iniziale: quanto serve per aprire la posizione.
  • Margine di mantenimento: il livello sotto il quale il conto non può scendere. Se lo si perfora, arriva la richiesta di reintegro, e se non viene soddisfatta la posizione viene chiusa d’ufficio — non quando il mercato torna, ma subito.

I margini non sono fissi: la cassa li alza quando la volatilità sale. È la trappola meno intuitiva dei future, perché il momento in cui il margine aumenta è esattamente il momento in cui la posizione sta perdendo. Si viene chiamati a versare di più mentre si sta già andando male.

Un esempio calcolato: dove la leva morde

Prendiamo un mini-future sul FTSE MIB, moltiplicatore 1 euro per punto, indice a 34.000. Il valore nozionale del contratto è 34.000 euro. Ipotizziamo — a titolo di esempio, perché il dato varia — un margine iniziale di 3.400 euro, cioè il 10% del nozionale. La leva implicita è dunque 10 volte.

Movimento dell’indiceEffetto sul contrattoSul margine di 3.400 €
+1% (340 punti)+340 €+10,0%
−1% (340 punti)−340 €−10,0%
−5% (1.700 punti)−1.700 €−50,0%
−10% (3.400 punti)−3.400 €−100%: margine azzerato

Il numero da memorizzare è l’ultimo. Con una leva di 10, un movimento del 10% contro la posizione consuma tutto il margine versato. E poiché l’indice non si muove a scatti ordinati, la chiamata di margine arriva molto prima: già intorno al −3% o −4% il conto scende sotto il margine di mantenimento. Chi ragiona «tanto poi rimbalza» non ha capito che la decisione non è più sua.

Marking to market: perché i future non hanno un «prezzo di carico»

Un’azione comprata a 10 e mai venduta resta in portafoglio a 10: la perdita è latente, non incassata. Un future no. Ogni sera la cassa di compensazione chiude la posizione al prezzo di riferimento e la riapre a quel prezzo, accreditando o addebitando la differenza sul conto. Questo ha tre conseguenze concrete:

  • la perdita è già uscita di cassa, non è un numero su una schermata;
  • non esiste un prezzo di carico storico da confrontare, esiste una somma di differenziali giornalieri;
  • la liquidità sul conto serve tutti i giorni, non solo all’apertura.

Ed è anche il motivo per cui la fiscalità dei future ragiona per differenziali e non per plusvalenze da cessione: non c’è una «vendita» da cui far nascere il reddito.

Il rollover: la scadenza non si può ignorare

I future scadono. Chi vuole mantenere l’esposizione deve chiudere il contratto in scadenza e aprirne uno sulla scadenza successiva: è il rollover, e ha un costo che non è una commissione. Il contratto lungo può quotare più caro di quello in scadenza (contango) o più economico (backwardation). Nel primo caso ogni rollover fa perdere qualcosa; nel secondo fa guadagnare qualcosa.

È la ragione per cui i prodotti a scadenza continua sulle materie prime possono perdere valore anche quando la materia prima sale: non è un difetto dello strumento, è la struttura della curva dei prezzi a termine che si scarica sul portafoglio a ogni rinnovo. Chi usa i future sul petrolio o sul gas come «investimento» di lungo periodo sta pagando una rendita a chi gli sta dall’altra parte.

La fiscalità, e la sorpresa del quadro RT

I differenziali positivi realizzati sui future rientrano tra i redditi diversi di natura finanziaria previsti dall’art. 67, comma 1, lettera c-quater del TUIR, e sono tassati con l’imposta sostitutiva del 26%. I differenziali negativi sono minusvalenze della stessa categoria: si possono portare in compensazione con plusvalenze e altri redditi diversi nei quattro anni successivi, ma non con i redditi di capitale.

La distinzione conta più di quanto sembri. Le plusvalenze dei fondi e degli ETF armonizzati sono redditi di capitale: una minusvalenza sui future non le può abbattere. Chi chiude l’anno con perdite sui derivati e guadagni su un ETF paga il 26% pieno sull’ETF e si tiene le minusvalenze nel cassetto.

Il punto operativo però è un altro: l’aliquota è la stessa, ma chi la versa cambia. Sui titoli in regime amministrato ci pensa la banca. Sui future molti intermediari, soprattutto esteri, non assumono il ruolo di sostituto d’imposta: in quel caso l’imposta non è trattenuta da nessuno, va liquidata in dichiarazione compilando il quadro RT, e se il conto è all’estero si aggiunge il quadro RW per il monitoraggio. Verificare in che regime si è prima di aprire la prima posizione evita di scoprire a maggio di avere un anno di operazioni da ricostruire a mano.

Quando un future ha senso per un privato, e quando no

Ha senso in un caso preciso: coprire un’esposizione che si ha già. Chi detiene un portafoglio azionario italiano e vuole ridurre il rischio per qualche settimana senza vendere — e senza realizzare plusvalenze tassabili — può vendere un mini-future sull’indice. È una copertura, con un costo noto e una durata decisa.

Non ha senso come sostituto dell’investimento. Un future non paga dividendi, scade, richiede liquidità ogni giorno e amplifica gli errori esattamente come amplifica le intuizioni. La leva non aumenta il rendimento atteso: aumenta la varianza, e con essa la probabilità di essere chiusi d’ufficio prima che la tesi si riveli giusta.

Domande frequenti

Che differenza c’è tra un future e un ETF a leva?

Il future è un contratto con scadenza, margini giornalieri e possibilità di chiamata di margine: la perdita può eccedere il margine versato. Un ETF a leva è un titolo: si perde al massimo quanto investito, non arrivano richieste di reintegro, ma la leva viene ribilanciata ogni giorno e questo su periodi lunghi produce uno scostamento rispetto al multiplo dichiarato.

Quanto si paga di tasse sui guadagni da future?

Il 26% sui differenziali positivi, come redditi diversi di natura finanziaria (art. 67, comma 1, lett. c-quater del TUIR). I differenziali negativi sono compensabili con plusvalenze e altri redditi diversi nei quattro anni successivi, non con i redditi di capitale.

Il mio broker trattiene le tasse sui future?

Dipende dal regime. In regime amministrato l’intermediario italiano fa da sostituto d’imposta; molti broker, in particolare esteri, non lo fanno sui derivati. In quel caso si è nel regime dichiarativo: quadro RT per l’imposta e quadro RW per il monitoraggio del conto estero.

Che cos’è una chiamata di margine?

La richiesta di ripristinare il margine quando il conto scende sotto il livello di mantenimento. Se non viene soddisfatta nei tempi indicati, l’intermediario chiude la posizione: non è una facoltà che si può rinviare aspettando che il mercato giri.

Perché un future sulle materie prime perde valore nel tempo?

Per effetto del rollover in contango: se il contratto con scadenza più lontana quota più caro di quello in scadenza, ogni rinnovo dell’esposizione avviene a un prezzo superiore, e la differenza è un costo ricorrente indipendente dall’andamento della materia prima.

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Riferimenti normativi e fonti ufficiali

Quello che si legge qui sopra discende dai testi elencati di seguito. Sono i documenti originali, non riassunti: conviene verificarli, perché una norma può essere cambiata dopo la data di aggiornamento di questa pagina.

  • TUF — D.Lgs. 58/1998, testo unico della finanza
  • Consob — vigilanza sui mercati e sugli emittenti
  • TUIR — D.P.R. 917/1986, testo unico delle imposte sui redditi
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Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Autore e responsabile editoriale

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