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iShares S&P 500 Energy: analisi (ISIN IE00B42NKQ00)

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iShares S&P 500 Energy: analisi (ISIN IE00B42NKQ00)
A cura di Fisco Investimenti

Questa guida serve a orientare la lettura e preparare domande migliori. Non sostituisce la valutazione del caso concreto: norme, documenti e scadenze possono cambiare in base alla situazione personale o aziendale.

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📅 Pubblicato il 11 Giugno 2026🔄 Aggiornato il 12 Giugno 2026

iShares S&P 500 Energy Sector UCITS ETF: analisi completa (ISIN IE00B42NKQ00)

Scheda completa dell’ETF sul settore petrolifero USA: la scommessa controcorrente sul fossile, guidata dal prezzo del petrolio, utile come copertura anti-inflazione. Composizione reale, l’iper-concentrazione Exxon-Chevron, il confronto con l’energia pulita e la tassazione italiana.

  • TER 0,15% (bassissimo) · Accumulazione
  • ~22 titoli: Exxon + Chevron ~49%
  • Guidato dal prezzo del petrolio
  • Copertura anti-inflazione e geopolitica

Dati ufficiali aggiornati al 31 maggio 2026 (composizione) e al giugno 2026 (patrimonio). Fonte: iShares (factsheet ufficiale) e justETF. I rendimenti indicati sono dati di mercato.

L’iShares S&P 500 Energy Sector UCITS ETF permette di investire, con un solo acquisto, nell’intero settore energetico statunitense: i grandi colossi del petrolio e del gas presenti nell’indice S&P 500. In pratica isola e raccoglie tutti i «titoli dell’energia» del mercato americano — da ExxonMobil a Chevron, dai produttori di petrolio alle raffinerie, dalle società di servizi petroliferi alle infrastrutture del gas.

In questa scheda lo analizziamo a fondo — composizione, costi, rischi e tassazione italiana — con dati ufficiali sempre datati. E lo facciamo con un angolo preciso: questo è l’ETF della scommessa «controcorrente» per eccellenza. Mentre gran parte del mondo finanziario rincorre la transizione verde e i criteri ESG, questo fondo punta dritto sui combustibili fossili — il petrolio e il gas che, piaccia o no, muovono ancora la stragrande maggioranza dell’economia mondiale. È l’esatto contraltare degli ETF sull’energia pulita: dove quelli scommettono sul futuro rinnovabile, questo punta sul presente fossile, con un motore tutto suo — il prezzo del petrolio — e una capacita’ rara di proteggere il portafoglio proprio quando tutto il resto soffre.

1. Scheda sintetica del fondo

Nome completo iShares S&P 500 Energy Sector UCITS ETF USD (Acc)
ISIN IE00B42NKQ00
Ticker IUES / QDVF
Indice replicato S&P 500 Capped 35/20 Energy
Costo annuo (TER) 0,15%
Metodo di replica Fisica a replica totale
Politica dei proventi Accumulazione (proventi reinvestiti)
Valuta del fondo USD (dollaro USA)
Esposizione geografica Stati Uniti (settore energia dell’S&P 500)
Domicilio Irlanda
UCITS / armonizzato Sì (UCITS, armonizzato)
Patrimonio (AUM) oltre 1,6 miliardi di euro (al giugno 2026)
Numero di titoli circa 22
Data di lancio 20 novembre 2015
In sintesi: tutto il settore energetico USA dell’S&P 500 (petrolio e gas). Solo ~22 titoli, costo bassissimo 0,15%, ma iper-concentrato: Exxon + Chevron ~49%. La scommessa controcorrente sul fossile, guidata dal prezzo del petrolio, utile come copertura anti-inflazione.

2. Tutto dipende dal prezzo del petrolio

Per capire questo ETF bisogna capire una cosa sola, ma fondamentale: il suo destino è legato a doppio filo al prezzo del petrolio (e del gas). È questa la differenza più importante rispetto a un altro grande settore ciclico come la finanza: le banche dipendono dai tassi d’interesse e dal ciclo del credito, le aziende energetiche dipendono da quanto vale un barile di greggio. Quando il petrolio sale, i loro profitti esplodono; quando crolla, soffrono terribilmente.

Il prezzo del petrolio, a sua volta, dipende da forze che hanno poco a che fare con i bilanci delle singole aziende: le decisioni dell’OPEC (il cartello dei grandi produttori) sui tagli alla produzione, le guerre e le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e altrove, la forza o la debolezza dell’economia mondiale (che determina quanta energia si consuma), persino il clima. È un motore esterno e spesso imprevedibile, capace di muoversi in modo violento e rapido. Questo rende il settore energetico uno dei più volatili in assoluto: capace di guadagni straordinari in pochi mesi (come nel 2022, l’anno della guerra in Ucraina e dei prezzi del gas alle stelle) e di cadute altrettanto brutali quando il barile si sgonfia. Chi compra questo ETF, in sostanza, fa una scommessa diretta sul prezzo dell’energia: è bene saperlo con chiarezza, perché è una scommessa diversa da qualunque altra del mercato azionario.

Da ricordare: il destino del fondo è legato al prezzo del greggio, mosso da OPEC, geopolitica e domanda mondiale. È una scommessa diretta sull’energia — diversa dai tassi che guidano le banche — e tra le più volatili del mercato.

3. Iper-concentrazione: Exxon e Chevron valgono quasi meta’ fondo

C’è un secondo aspetto che salta subito all’occhio guardando la composizione, ed è la concentrazione estrema. Al 31 maggio 2026 il fondo conteneva appena una ventina di titoli — il settore energetico dell’S&P 500 è piccolo, fatto di poche grandissime aziende — ma soprattutto era dominato da due soli colossi: ExxonMobil (oltre il 31%) e Chevron (oltre il 17%). Le prime due posizioni, da sole, valgono quasi la meta’ dell’intero fondo.

È una concentrazione che va capita bene, perché ha conseguenze concrete. Comprando questo ETF non si compra una diversificazione ampia su decine di aziende, ma in larga parte una scommessa su Exxon e Chevron, le due «supermajor» americane del petrolio: giganti integrati che fanno tutto, dall’estrazione del greggio alla raffinazione, dalla chimica alla vendita di carburante. Il resto del paniere completa il quadro del settore: i produttori «puri» di petrolio e gas (ConocoPhillips, EOG Resources), le grandi raffinerie (Valero, Phillips 66, Marathon Petroleum), le società di servizi che forniscono tecnologia e attrezzature per le trivellazioni (SLB, la ex Schlumberger) e le infrastrutture del gas, i grandi gasdotti e oleodotti (Williams, Kinder Morgan). È una fotografia completa della macchina petrolifera americana — ma con due nomi che pesano più di tutti gli altri messi insieme. Chi cerca un ETF «diversificato» qui non lo trova: questo è un fondo concentrato per natura, perché lo è il settore che rappresenta.

# Società Paese Peso
1 ExxonMobil Petrolio integrato 31.56%
2 Chevron Petrolio integrato 17.27%
3 ConocoPhillips Esplorazione e produzione 7.20%
4 The Williams Cos Infrastrutture gas (midstream) 3.96%
5 EOG Resources Esplorazione e produzione 3.49%
6 SLB (Schlumberger) Servizi petroliferi 3.42%
7 Valero Energy Raffinazione 3.36%
8 Phillips 66 Raffinazione 3.27%
9 Marathon Petroleum Raffinazione 3.21%
10 Kinder Morgan Infrastrutture gas (midstream) 2.92%
Prime 10 posizioni (al 31 maggio 2026)ExxonMobil31.6%Chevron17.3%ConocoPhillips7.2%The Williams Cos4.0%EOG Resources3.5%SLB (Schlumberger)3.4%Valero Energy3.4%Phillips 663.3%Marathon Petroleum3.2%Kinder Morgan2.9%
Pesi delle prime 10 posizioni. Fonte: iShares (factsheet ufficiale) e justETF, dati al 31 maggio 2026.
Ultimi 12 mesi +39,84%
Ultimi 3 anni +45,01%
Settore Energia (99,9%)
Attenzione: con sole ~22 posizioni e due titoli che pesano quasi il 49%, questo NON è un ETF diversificato. Comprarlo significa in larga parte scommettere su ExxonMobil e Chevron.

4. La filiera del petrolio: dalle trivelle ai gasdotti

Per capire davvero cosa si compra, conviene distinguere le fasi diverse della filiera del petrolio, perché non reagiscono tutte allo stesso modo ai movimenti del prezzo. La prima è l’«upstream», cioè l’esplorazione e la produzione: le aziende che cercano ed estraggono il greggio dal sottosuolo (ConocoPhillips, EOG). Sono le più sensibili al prezzo del petrolio: quando il barile sale, i loro margini si gonfiano enormemente; quando scende, possono andare in perdita. Sono il «cuore pulsante» più speculativo del settore.

Poi c’è il «downstream», cioè la raffinazione (Valero, Phillips 66, Marathon): le aziende che trasformano il greggio in benzina, gasolio e altri prodotti. Curiosamente, le raffinerie possono perfino guadagnare quando il greggio scende, perché comprano la materia prima a meno: hanno una dinamica in parte opposta ai produttori, il che aggiunge un po’ di equilibrio al fondo. Ci sono poi i servizi petroliferi (SLB), che vendono tecnologia e attrezzature alle aziende di trivellazione, e infine il «midstream», le infrastrutture (Williams, Kinder Morgan): i grandi gasdotti e oleodotti che trasportano e immagazzinano petrolio e gas, incassando una specie di «pedaggio» relativamente stabile, meno legato al prezzo. I due colossi integrati, Exxon e Chevron, fanno un po’ di tutto questo insieme, ed è anche per questo che sono più solidi e meno volatili dei produttori puri. Comprare l’ETF significa prendere tutta la filiera in un colpo solo, dalle trivelle ai gasdotti.

5. Un settore generoso di dividendi

C’è una caratteristica del settore energetico che merita di essere sottolineata, perché lo rende attraente per molti investitori: i dividendi generosi. Le grandi compagnie petrolifere — Exxon e Chevron in testa — sono tra le aziende che da decenni distribuiscono cedole ricche e crescenti ai propri azionisti. Sono attività che, nelle fasi buone, generano fiumi di liquidità (il petrolio, quando il prezzo è alto, è un business enormemente redditizio), e questa liquidità viene in larga parte restituita agli azionisti sotto forma di dividendi e riacquisti di azioni.

Per questo il settore energetico è tradizionalmente considerato un settore «da reddito», apprezzato da chi cerca flussi di cassa. Va però fatta una precisazione importante: questa versione dell’ETF è ad accumulazione, quindi i dividendi non vengono distribuiti all’investitore ma reinvestiti automaticamente nel fondo. Chi cerca la cedola in tasca dovrebbe cercare un’eventuale variante a distribuzione; chi invece punta alla crescita del capitale nel lungo periodo (e a differire la tassazione) trova nell’accumulazione un vantaggio. In ogni caso, la generosita’ dei dividendi è un segnale della natura «matura» e cassa-generante di queste aziende: non sono start-up che bruciano denaro per crescere, ma colossi che producono profitti enormi quando il petrolio tira — e li restituiscono.

6. La copertura contro inflazione e crisi geopolitiche

Veniamo ora a quella che è, forse, la ragione più interessante per possedere un pezzetto di questo settore: la sua capacita’ di funzionare da copertura («hedge») in situazioni in cui quasi tutto il resto del portafoglio soffre. Il settore energetico tende infatti a comportarsi diversamente dal mercato azionario nel suo complesso, e in particolare brilla proprio in due scenari temuti dagli investitori: l’inflazione e le crisi geopolitiche.

Quando l’inflazione galoppa, spesso è proprio perché i prezzi dell’energia stanno salendo: e in quel contesto le aziende che vendono petrolio e gas guadagnano di più, mentre la maggior parte degli altri settori (e le obbligazioni) ne soffre. Lo si è visto in modo eclatante nel 2022: mentre le borse mondiali e i titoli tecnologici crollavano sotto il peso dell’inflazione e dei tassi in rialzo, il settore energetico volava, registrando uno dei migliori anni della sua storia. Lo stesso vale per le tensioni geopolitiche: una guerra o una crisi in una regione produttrice di petrolio fa schizzare i prezzi del greggio, e con essi i profitti — e i corsi azionari — delle compagnie energetiche. In altre parole, l’energia è uno dei pochi settori che può salire mentre il resto scende. Questa «decorrelazione» la rende preziosa come piccola assicurazione di portafoglio: una quota di energia può attutire il colpo proprio nei momenti — inflazione, shock petroliferi, guerre — in cui un portafoglio tradizionale di azioni e obbligazioni è più vulnerabile.

Da ricordare: l’energia è uno dei pochi settori che può SALIRE mentre il resto scende. Nel 2022, anno di inflazione e guerra, volava mentre le borse crollavano. Per questo una piccola quota funziona da assicurazione di portafoglio.

7. Fossile contro verde: l’opposto dell’energia pulita

Vale la pena rendere esplicito il contrasto più significativo, quello che da’ a questo ETF la sua identità: il rapporto con l’energia pulita. Negli ultimi anni il racconto dominante è stato quello della transizione energetica: solare, eolico, idrogeno, auto elettriche, il futuro «verde» che soppianta i combustibili fossili. Molti investitori, spinti anche da motivazioni etiche e dai criteri ESG, hanno comprato ETF sull’energia rinnovabile e, in parallelo, hanno escluso il petrolio dai loro portafogli.

Questo ETF rappresenta la scommessa opposta, e per questo lo definiamo «controcorrente». La sua tesi, implicita, è che — per quanto la transizione verde sia reale e in corso — il mondo dipendera’ ancora dal petrolio e dal gas per molti, molti anni: per i trasporti, l’industria, il riscaldamento, la plastica. E che proprio perché tanti capitali e tanta attenzione si sono spostati sul «verde», le compagnie petrolifere tradizionali sono diventate relativamente poco amate e a buon mercato, pur continuando a sfornare profitti enormi. È interessante notare la dinamica speculare tra i due mondi: gli anni in cui l’energia pulita ha brillato (tassi bassi, entusiasmo per il futuro green, come il 2020-2021) sono stati spesso difficili per il petrolio; e viceversa, gli anni d’oro del petrolio (il 2022, l’anno della crisi energetica) sono stati durissimi per le rinnovabili. Sono due facce opposte dello stesso tema — l’energia — che tendono a muoversi in direzioni contrarie. Chi crede nel futuro verde compra il clean-energy; chi pensa che il fossile abbia ancora molta strada (e generi cassa nel frattempo) compra questo. Sono visioni del mondo diverse, ed è giusto sapere quale si sta sposando.

Da ricordare: petrolio e rinnovabili tendono a muoversi all’OPPOSTO: gli anni d’oro dell’uno (2022 per il fossile, 2020-21 per il verde) sono spesso i peggiori per l’altro. Sono due visioni del mondo diverse: scegline una con consapevolezza.

8. È una «fetta» dell’S&P 500: come usarla bene

Come per ogni ETF settoriale, una precisazione necessaria: questo fondo non è un investimento «diverso» dal mercato americano, ma una sua fetta molto specifica e concentrata. Le aziende energetiche che contiene sono le stesse già presenti in un S&P 500 o in un indice mondiale (dove però pesano poco, perché il settore energia è ormai una piccola parte del mercato); comprandolo non si aggiunge qualcosa di completamente nuovo, ma si sovrappesa in modo deciso il petrolio rispetto al suo peso «naturale».

Ha senso, quindi, per chi ha una tesi precisa: crede che il prezzo del petrolio restera’ alto o salira’, vuole una copertura contro l’inflazione e gli shock geopolitici, o pensa che i titoli energetici siano sottovalutati rispetto ai loro profitti. Non ha invece molto senso come aggiunta distratta accanto a un S&P 500 (che già contiene Exxon e Chevron, sia pure in dose piccola), ne’ tantomeno accanto a un ETF sull’energia pulita, con cui andrebbe in parte a contraddirsi. Come ogni scommessa settoriale, va fatta con intenzione e come inclinazione misurata — tipicamente una piccola quota satellite — non come duplicato casuale o, peggio, come scommessa contraddittoria. Un modo concreto di usarlo è pensarlo come una «polizza anti-inflazione e anti-guerra»: una piccola fetta che, nei momenti in cui petrolio e tensioni geopolitiche mettono in crisi il resto del portafoglio, può fare da contrappeso. Usato così, con consapevolezza del perché lo si tiene, è uno strumento sensato; comprato per inerzia o «perché ha fatto bene l’anno scorso», è spesso il modo peggiore di entrare proprio in un settore così ciclico e volatile.

9. Per chi ha senso (e per chi no)

Per chi ha senso, dunque, questo ETF? Ha senso per l’investitore che vuole una copertura esplicita contro l’inflazione e gli shock energetici: una piccola quota di petrolio può proteggere il portafoglio proprio nei momenti in cui l’inflazione o una crisi geopolitica fanno male a tutto il resto. Ha senso per chi ha una visione rialzista sul prezzo del petrolio, magari perché ritiene che la domanda mondiale di energia restera’ alta a lungo e che gli investimenti in nuova produzione siano stati tagliati troppo. Ed è apprezzato da chi cerca un settore con dividendi storicamente generosi e valutazioni contenute rispetto ai colossi tecnologici.

Ha invece meno senso per l’investitore che cerca stabilita’: il settore energetico è tra i più volatili in assoluto, capace di guadagni e perdite violente in pochi mesi al seguito del prezzo del greggio. Ha poco senso per chi è convinto che la transizione verde rendera’ rapidamente obsoleti i combustibili fossili (in quel caso, semmai, ci sono gli ETF sull’energia pulita), e per chi ha forti convinzioni etiche/ESG contro petrolio e gas. E non ha molto senso comprarlo «sopra» un S&P 500 senza una ragione precisa, ne’ affiancarlo a un ETF rinnovabile sperando che vadano d’accordo (tendono a fare l’opposto). Come ogni scommessa settoriale — e a maggior ragione una così concentrata su due titoli e così legata a una sola materia prima — va inserito con misura, come quota satellite e non come nucleo del portafoglio, e con la consapevolezza che si sta facendo una scommessa precisa sul prezzo del petrolio.

10. Replica, costi e la versione globale

Sul piano tecnico, il fondo adotta una replica fisica a replica totale (compra effettivamente le azioni del settore), è domiciliato in Irlanda, è UCITS armonizzato e ad accumulazione (i dividendi sono reinvestiti). Il costo annuo (TER) è di appena lo 0,15%, molto basso per un ETF settoriale. Il fondo è di buone dimensioni (oltre un miliardo e mezzo di euro di patrimonio) e liquido, negoziabile su Borsa Italiana. La valuta di riferimento è il dollaro, con il consueto rischio di cambio per l’investitore italiano. L’indice applica dei tetti al peso dei singoli titoli, anche se — come mostrano i numeri — Exxon e Chevron restano comunque dominanti.

Trattandosi della «fetta energetica» dell’S&P 500, l’esposizione è interamente statunitense: è un investimento sulle compagnie petrolifere americane, le più grandi e profittevoli del mondo «occidentale» (escluse le grandi compagnie di Stato di Paesi come Arabia Saudita o Russia). Esistono anche ETF sul settore energetico a livello globale (che includono i colossi europei come Shell, BP, TotalEnergies): chi cerca una diversificazione geografica del settore, e non solo l’America, può valutarli come alternativa o complemento. Va infine ricordata, ancora una volta, la volatilita’: in pochi anni questo settore può essere il migliore o il peggiore del mercato. È uno strumento da maneggiare con consapevolezza, non un «compra e dimentica» tranquillo come un indice mondiale diversificato.

11. Tassazione italiana

Sul piano fiscale, l’iShares S&P 500 Energy è un ETF azionario UCITS armonizzato domiciliato in Irlanda: per l’investitore italiano valgono le regole degli ETF azionari, identiche a quelle di un qualunque ETF azionario (la natura settoriale non comporta particolarita’ fiscali). Le plusvalenze alla vendita sono tassate al 26%; non si applica il 12,5%, riservato ai titoli di Stato white list.

Vale la consueta asimmetria fiscale: il guadagno è «reddito di capitale», le perdite sono «redditi diversi». In pratica non puoi compensare un guadagno su questo ETF con minusvalenze pregresse; le minusvalenze che eventualmente generi finiscono nello «zainetto fiscale», utilizzabili solo contro redditi diversi (plusvalenze su azioni singole, certificati o ETC) entro quattro anni. Su un settore così volatile, dove le cadute possono essere profonde quanto i rialzi, è un meccanismo da conoscere bene.

La classe ad accumulazione offre il consueto vantaggio: non distribuendo i (generosi) dividendi del settore energetico, non genera tassazione durante il possesso, e il 26% si applica solo alla vendita, differendo l’imposta. Sugli adempimenti, con un intermediario italiano in regime amministrato fa tutto la banca, che applica anche l’imposta di bollo dello 0,2% annuo, e non devi indicare nulla nel quadro RW. Con un broker estero in regime dichiarativo te ne occupi tu: quadro RW, IVAFE (0,2%) e tassazione delle plusvalenze, oltre al rischio di cambio sul dollaro.

Esempio pratico

Un esempio numerico. Investi 10.000 euro in questo ETF e, dopo un anno di prezzi del petrolio alti (magari per una crisi geopolitica), rivendi a 14.000: la plusvalenza è di 4.000 euro, tassata al 26% per 1.040 euro. Trattandosi di un ETF, quei 1.040 euro non sono riducibili con minusvalenze pregresse; viceversa, se lo vendessi in perdita dopo un crollo del greggio, la minusvalenza andrebbe nello zainetto, utilizzabile contro futuri redditi diversi entro quattro anni. Il risultato in euro dipende anche dal cambio euro/dollaro nel periodo.

Da ricordare: è un normale ETF azionario: 26% sulle plusvalenze, nessun 12,5%, asimmetria sulle minusvalenze, imposta differita grazie all’accumulazione, rischio di cambio sul dollaro, RW/IVAFE solo se detenuto tramite broker estero.

12. Conclusione

L’iShares S&P 500 Energy è lo strumento per scommettere sul settore energetico americano: i colossi del petrolio e del gas in un unico ETF a costo bassissimo. È la scommessa controcorrente per eccellenza — il fossile contro il verde — con un motore tutto suo, il prezzo del petrolio, e una caratteristica preziosa: la capacita’ di brillare proprio quando il resto del portafoglio soffre, nelle fasi di inflazione e di crisi geopolitiche. È un settore generoso di dividendi, ma anche estremamente concentrato (Exxon e Chevron valgono quasi la meta’ del fondo) e volatile.

Va trattato per quello che è: una scommessa settoriale ad alta volatilita’ sul prezzo dell’energia, utile soprattutto come piccola copertura contro inflazione e shock petroliferi, da fare con intenzione e non come duplicato casuale di un S&P 500 (che già lo contiene) ne’ come affiancamento contraddittorio a un ETF sull’energia pulita (con cui tende a muoversi all’opposto). I suoi rischi specifici — la dipendenza totale dal greggio, la concentrazione su due titoli e la volatilita’ estrema — vanno conosciuti senza illusioni. Sul piano fiscale è un normale ETF azionario: 26%, asimmetria delle minusvalenze, vantaggio dell’accumulazione, rischio di cambio sul dollaro, quadro RW solo se detenuto tramite broker estero. Per capire quanto spazio dare a una scommessa settoriale così particolare nel tuo portafoglio, vale la pena consultare le nostre guide dedicate o un professionista. La sintesi: l’energia è la scommessa per chi crede ancora nel petrolio e cerca una copertura anti-inflazione, da dosare con misura e con la piena consapevolezza che si tratta di uno dei settori più volatili del mercato — capace, in pochi mesi, di essere il migliore o il peggiore di tutti.

Domande frequenti

Da cosa dipende l'andamento di questo ETF?

Soprattutto dal prezzo del petrolio e del gas. Quando il greggio sale, i profitti delle compagnie energetiche esplodono e l’ETF vola; quando crolla, soffrono. È una scommessa diretta sul prezzo dell’energia, un motore esterno legato a OPEC, geopolitica e domanda mondiale — diverso dai tassi che muovono le banche.

Perché' si dice che e' una scommessa «controcorrente»?

Perché punta sui combustibili fossili (petrolio e gas) proprio mentre gran parte della finanza rincorre la transizione verde e i criteri ESG. È l’opposto di un ETF sull’energia pulita: i due tendono a muoversi in direzioni contrarie. Chi crede nel fossile compra questo, chi crede nel verde compra il clean-energy.

Perché' può' proteggere dall'inflazione?

Perché spesso l’inflazione sale proprio quando salgono i prezzi dell’energia: in quel contesto le compagnie petrolifere guadagnano di più mentre quasi tutto il resto (azioni e obbligazioni) soffre. Lo si è visto nel 2022: l’energia volava mentre le borse crollavano. È una delle poche cose che può salire quando il resto scende.

E' diversificato?

No, è molto concentrato: contiene circa una ventina di titoli e le prime due posizioni (ExxonMobil e Chevron) valgono da sole quasi la meta’ del fondo. Comprarlo significa in larga parte scommettere su Exxon e Chevron. È concentrato per natura, perché lo è il settore che rappresenta.

Come e' tassato in Italia?

Come un normale ETF azionario armonizzato: plusvalenze al 26%, niente 12,5%, asimmetria sulle minusvalenze. Essendo ad accumulazione, l’imposta si paga solo alla vendita. Con intermediario italiano fa tutto la banca; con broker estero servono RW e IVAFE.

Questo contenuto ha finalità esclusivamente informative e didattiche e non costituisce consulenza finanziaria, fiscale o un invito all’investimento. I dati di prodotto sono tratti da fonti ufficiali alla data indicata e possono variare nel tempo; verifica sempre il factsheet aggiornato e il KIID/KID prima di investire. Gli investimenti comportano rischi, inclusa la possibile perdita del capitale.

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Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Milano · Autore e responsabile editoriale

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