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iShares Global Infrastructure: analisi (ISIN IE00B1FZS467)

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iShares Global Infrastructure: analisi (ISIN IE00B1FZS467)
A cura di Fisco Investimenti

Questa guida serve a orientare la lettura e preparare domande migliori. Non sostituisce la valutazione del caso concreto: norme, documenti e scadenze possono cambiare in base alla situazione personale o aziendale.

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📅 Pubblicato il 11 Giugno 2026🔄 Aggiornato il 12 Giugno 2026

iShares Global Infrastructure UCITS ETF: analisi completa (ISIN IE00B1FZS467)

Scheda completa dell’ETF sulle infrastrutture globali: reti, ferrovie, pipeline e torri. Beni reali, difensivi e «da rendita», con protezione dall’inflazione — ma molto sensibili ai tassi. Composizione reale, rischi e tassazione italiana. Dati ufficiali, sempre datati.

  • TER 0,65% · Replica fisica · Distribuzione
  • ~270 titoli: utility, ferrovie, pipeline, torri
  • Beni reali · rendita ~2% · anti-inflazione
  • Il rovescio: forte sensibilita’ ai tassi

Dati ufficiali aggiornati al 31 maggio 2026 (composizione, settori, Paesi) e al giugno 2026 (patrimonio). Fonte: iShares (factsheet ufficiale) e justETF. Rendimento da dividendo e rendimenti sono dati di mercato.

L’iShares Global Infrastructure UCITS ETF permette di investire, con un solo acquisto, nella spina dorsale fisica dell’economia mondiale: le reti elettriche, le ferrovie, gli oleodotti e i gasdotti, gli aeroporti, le autostrade a pedaggio, le torri per le telecomunicazioni, gli impianti per l’acqua e l’energia. Sono le grandi infrastrutture che fanno funzionare la vita di tutti i giorni — quelle che usiamo senza pensarci ogni volta che accendiamo la luce, prendiamo un treno o usiamo il telefono.

In questa scheda lo analizziamo a fondo — composizione, costi, rischi e tassazione italiana — con dati ufficiali sempre datati. E lo facciamo con un angolo preciso: le infrastrutture sono una classe di investimento a se’ stante, con tre caratteristiche che la rendono particolare. È un investimento in beni reali (asset fisici e tangibili, difficili da replicare); è difensivo e «da rendita» (cash flow stabili e dividendi regolari); e — soprattutto — offre una certa protezione dall’inflazione, perché i ricavi delle infrastrutture sono spesso legati all’andamento dei prezzi. Capire questi tre tratti, e il loro rovescio (la sensibilita’ ai tassi d’interesse), è la chiave per usare bene questo strumento.

1. Scheda sintetica del fondo

Nome completo iShares Global Infrastructure UCITS ETF USD (Dist)
ISIN IE00B1FZS467
Ticker INFR / IUSP
Indice replicato FTSE Global Core Infrastructure
Costo annuo (TER) 0,65%
Rendimento da dividendo circa 2,0%
Metodo di replica Fisica a replica totale
Politica dei proventi Distribuzione (trimestrale)
Valuta del fondo USD (dollaro USA)
Domicilio Irlanda
UCITS / armonizzato Sì (UCITS, armonizzato)
Patrimonio (AUM) oltre 2,1 miliardi di euro (al giugno 2026)
Numero di titoli circa 270
Data di lancio 20 ottobre 2006
In sintesi: la spina dorsale fisica dell’economia (reti, ferrovie, pipeline, torri). Beni reali, difensivo, cedola ~2%, e protezione dall’inflazione. Il rovescio: forte sensibilita’ ai tassi (utility 56%). Costo alto 0,65%, a distribuzione.

2. Beni reali: il «monopolio naturale» delle infrastrutture

Partiamo dalla natura di beni reali, che è il primo tratto distintivo. Le infrastrutture sono asset fisici e tangibili: una rete elettrica, una ferrovia, un oleodotto, una torre di telecomunicazioni. Non sono idee, brevetti o software, ma «cose» costruite nel mondo reale, spesso con investimenti enormi e in tempi lunghissimi. Questo conferisce loro una caratteristica preziosa: sono difficili da replicare. Non si costruisce una seconda rete elettrica nazionale o una seconda ferrovia accanto a quella esistente.

Da qui deriva una posizione spesso simile a quella di un «monopolio naturale»: chi possiede l’unica rete elettrica di una regione, o l’unica grande ferrovia di un corridoio, gode di un vantaggio competitivo difficilissimo da scalfire. I clienti non hanno alternative: devono usare quella rete, quella ferrovia, quel gasdotto. Questo si traduce in ricavi stabili, prevedibili e ricorrenti, spesso protetti da contratti di lungo periodo o da regolamentazioni che ne garantiscono la redditivita’. È la ragione di fondo per cui le infrastrutture sono considerate un investimento «solido»: si possiede qualcosa di concreto, indispensabile e quasi insostituibile, che genera incassi regolari nel tempo. È l’opposto di una scommessa speculativa su una moda del momento.

Da ricordare: le infrastrutture sono asset fisici difficili da replicare (non si costruisce una seconda rete elettrica): posizione quasi-monopolistica, ricavi stabili, prevedibili e ricorrenti.

3. Difensivo e «da rendita»: stabilita’ e cedola

Il secondo tratto è la natura difensiva e «da rendita». Come la sanita’, le infrastrutture offrono servizi di cui c’è sempre bisogno: l’elettricita’, l’acqua, il trasporto delle merci, le telecomunicazioni non si smettono di usare nemmeno in recessione. Questo rende la domanda — e quindi i ricavi — molto stabile a prescindere dal ciclo economico, conferendo al settore un carattere difensivo: tende a scendere meno della media nelle fasi di crisi e di paura.

A questa stabilita’ si accompagna una generosa distribuzione di dividendi. Le aziende infrastrutturali, avendo flussi di cassa regolari e prevedibili, tendono a distribuire una buona parte dei loro guadagni agli azionisti: questo ETF, infatti, è a distribuzione e paga una cedola (nell’ordine del 2% annuo) ogni trimestre. È uno strumento apprezzato proprio da chi cerca una rendita regolare e relativamente affidabile, più che la massima crescita del capitale. In questo senso, le infrastrutture occupano una posizione interessante: sono azioni (e quindi partecipano alla crescita di lungo periodo e offrono protezione dall’inflazione), ma con un comportamento più tranquillo e «cedolare», a meta’ strada tra le azioni di crescita e le obbligazioni. È una delle ragioni del loro fascino per chi cerca stabilita’ e reddito.

4. La protezione dall’inflazione (il tratto distintivo)

Veniamo al tratto più distintivo e prezioso, quello che differenzia davvero le infrastrutture da altri settori difensivi: la protezione dall’inflazione. Molte infrastrutture hanno ricavi che, per contratto o per regolamentazione, sono legati all’andamento dei prezzi: le tariffe delle utility regolate vengono adeguate all’inflazione, i pedaggi autostradali e le tariffe ferroviarie aumentano nel tempo, i canoni d’affitto delle torri di telecomunicazione sono spesso indicizzati. In pratica, quando l’inflazione sale, salgono anche i ricavi di molte di queste aziende.

Questo è un beneficio raro e importante. La maggior parte degli investimenti — in particolare le obbligazioni, ma anche molte azioni — soffre quando l’inflazione corre, perché erode il valore reale dei flussi futuri. Le infrastrutture, al contrario, tendono a difendersi meglio, perché i loro incassi si adeguano almeno in parte al carovita. Per questo sono spesso considerate, insieme all’oro e ad altri beni reali, una delle poche classi di investimento capaci di offrire una certa protezione contro l’inflazione. In un’epoca in cui il ritorno dell’inflazione è tornato a preoccupare gli investitori, questa caratteristica ha riacceso l’interesse per il settore. È un argomento serio a favore di una piccola allocazione in infrastrutture: non tanto per il rendimento atteso in se’, quanto per il ruolo di «assicurazione» contro il carovita che possono svolgere in un portafoglio.

Da ricordare: molti ricavi infrastrutturali sono indicizzati (tariffe, pedaggi, canoni che si adeguano ai prezzi). Quando l’inflazione sale, salgono anche gli incassi: una protezione rara, come l’oro e altri beni reali.

5. Il rovescio: la sensibilita’ ai tassi d’interesse

Ogni medaglia ha il suo rovescio, e per le infrastrutture è la sensibilita’ ai tassi d’interesse. Le aziende infrastrutturali, in particolare le utility, hanno due caratteristiche che le rendono vulnerabili al rialzo dei tassi. La prima: sono fortemente indebitate, perché costruire e mantenere infrastrutture richiede enormi capitali presi a prestito; quando i tassi salgono, il costo di quel debito aumenta, comprimendo i profitti. La seconda: i loro flussi di cassa stabili e «cedolari» le fanno assomigliare alle obbligazioni agli occhi degli investitori, e come le obbligazioni tendono a perdere valore quando i tassi salgono (perché la loro cedola diventa relativamente meno attraente).

C’è quindi una certa tensione nel profilo del settore: le infrastrutture proteggono dall’inflazione, ma soffrono il rialzo dei tassi che spesso accompagna l’inflazione. In pratica, il loro comportamento dipende da quale dei due effetti prevale in una data fase: se domina la protezione dall’inflazione (perché i ricavi si adeguano), il settore regge bene; se domina la paura dei tassi alti (perché il debito costa di più e i titoli «simil-bond» perdono appeal), il settore può soffrire. È un equilibrio delicato che spiega perché, in alcune fasi di rapido rialzo dei tassi, le infrastrutture — pur essendo «difensive» — abbiano deluso. Conoscere questa doppia natura è essenziale per non comprarle con l’aspettativa ingenua che «vadano sempre bene»: il loro miglior contesto è quello di inflazione moderata e tassi non in rapida ascesa.

Da capire bene: le infrastrutture (specie le utility) sono molto indebitate e «simil-bond»: quando i tassi salgono, soffrono. Proteggono dall’inflazione ma temono i tassi alti che spesso l’accompagnano. Contesto ideale: inflazione moderata, tassi non in rapida ascesa.

6. Composizione: utility, ferrovie, pipeline e torri

Al 31 maggio 2026 il fondo conteneva circa 270 titoli, ma con un’anima ben precisa. La componente dominante sono le utility (oltre la meta’ del fondo): le grandi aziende elettriche e del gas (NextEra Energy, leader anche nelle rinnovabili, Southern, Duke Energy, National Grid nel Regno Unito), che incarnano il profilo difensivo e regolato del settore. Seguono i trasporti — soprattutto le grandi ferrovie nordamericane (Union Pacific, CSX, Canadian Pacific), business eccellenti e quasi-monopolistici — e le infrastrutture energetiche (gli oleodotti e i gasdotti di Enbridge e Williams).

Compare anche, tra i primi nomi, American Tower, proprietaria di torri per le telecomunicazioni (le strutture su cui sono installate le antenne dei cellulari), un’infrastruttura «moderna» dai ricavi molto stabili e indicizzati. È una composizione che racconta bene cosa siano le infrastrutture oggi: reti elettriche, ferrovie, condotte e torri — gli asset fisici indispensabili dell’economia. Va notato che il fondo è fortemente sbilanciato sulle utility: chi lo compra deve sapere che sta comprando, prima di tutto, le grandi aziende elettriche e del gas, con il loro profilo difensivo ma anche la loro spiccata sensibilita’ ai tassi. Sul piano geografico domina il Nord America (Stati Uniti e Canada insieme superano i tre quarti del fondo), con quote minori in Europa, Giappone e altri Paesi sviluppati.

# Società Paese Peso
1 NextEra Energy Utility/rinnovabili 5.94%
2 Union Pacific Ferrovie 4.45%
3 Enbridge Pipeline/energia 3.61%
4 The Southern Company Utility elettrica 3.26%
5 Duke Energy Utility elettrica 3.13%
6 The Williams Companies Pipeline/gas 2.72%
7 National Grid Rete elettrica (UK) 2.55%
8 American Tower Torri per telecom 2.48%
9 CSX Ferrovie 2.36%
10 Canadian Pacific Kansas City Ferrovie 2.17%
Prime 10 posizioni (al 31 maggio 2026)NextEra Energy5.9%Union Pacific4.5%Enbridge3.6%The Southern Company3.3%Duke Energy3.1%The Williams Companies2.7%National Grid2.5%American Tower2.5%CSX2.4%Canadian Pacific Kansas City2.2%
Pesi delle prime 10 posizioni. Fonte: iShares (factsheet ufficiale) e justETF, dati al 31 maggio 2026.
Ripartizione settoriale (al 31 maggio 2026)Utility56.2%Industria (trasporti)16.9%Energia (pipeline)16.4%Immobiliare4.1%Altri settori6.4%
Ripartizione per settore. Fonte: iShares (factsheet ufficiale) e justETF, dati al 31 maggio 2026.
Ripartizione geografica (al 31 maggio 2026)Stati Uniti63.6%Canada10.1%Giappone3.9%Regno Unito3.9%Altri18.5%
Ripartizione per Paese. Fonte: iShares (factsheet ufficiale) e justETF, dati al 31 maggio 2026.
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7. Non solo difesa: i megatrend di crescita

Accanto al profilo difensivo, le infrastrutture hanno anche una storia di crescita strutturale di lungo periodo, alimentata da alcuni grandi trend del nostro tempo. Il primo è la transizione energetica: il passaggio alle energie rinnovabili richiede investimenti colossali in nuove reti elettriche, in impianti e nel potenziamento dei sistemi di trasmissione (le vecchie reti non bastano per gestire l’energia solare ed eolica). Aziende come NextEra, leader nelle rinnovabili, sono al centro di questa trasformazione.

Il secondo trend è l’esplosione della domanda di energia e di connettivita’ legata alla digitalizzazione e all’intelligenza artificiale: i data center che alimentano l’AI consumano enormi quantità di elettricita’, spingendo la domanda di infrastrutture energetiche; e la crescita del traffico dati alimenta il bisogno di torri e infrastrutture per le telecomunicazioni (come quelle di American Tower). Il terzo è l’invecchiamento e il necessario rinnovo delle infrastrutture esistenti in molti Paesi sviluppati, con piani di investimento pubblici e privati di lungo periodo. Tutto questo significa che le infrastrutture non sono solo un investimento «difensivo e statico», ma anche un settore con venti di crescita alle spalle: il mondo avra’ bisogno di sempre più reti, energia e connessioni, e chi le possiede è destinato a beneficiarne. È un argomento in più a favore del tema, da affiancare a quelli della rendita e della protezione dall’inflazione.

8. I rischi (tassi, regolazione, concentrazione)

Riassumiamo i rischi. Il primo, già ampiamente visto, è la sensibilita’ ai tassi d’interesse: nelle fasi di rapido rialzo dei tassi, il settore (soprattutto le utility, così pesanti nel fondo) può soffrire, nonostante la sua natura difensiva. Il secondo è il rischio regolatorio: molte infrastrutture operano sotto la supervisione di autorità pubbliche che ne fissano le tariffe; decisioni politiche o regolatorie sfavorevoli (tariffe più basse, vincoli ambientali) possono comprimerne i profitti.

Il terzo è la concentrazione settoriale sulle utility e sui trasporti, che rende il fondo meno diversificato di un indice ampio e legato alle sorti di pochi comparti. A questi si aggiungono il rischio di cambio (la prevalenza nordamericana espone al dollaro e al dollaro canadese), il costo non bassissimo e i rischi specifici di alcuni business (per esempio le infrastrutture energetiche legate ai combustibili fossili, esposte alla transizione energetica). Nessuno di questi rischi ne fa un cattivo investimento — resta una delle classi più «solide» e difensive — ma vanno conosciuti, soprattutto l’idea che «difensivo» non significhi «immune»: in particolare, chi cerca protezione dall’inflazione deve sapere che, se l’inflazione arriva insieme a un brusco rialzo dei tassi, il beneficio può essere in parte annullato dalla sofferenza legata ai tassi.

Va aggiunto un equivoco da sfatare sul piano delle aspettative: le infrastrutture non sono un sostituto delle obbligazioni, pur somigliando loro per il profilo cedolare e la sensibilita’ ai tassi. Restano azioni, e in un grave crollo dei mercati scendono anche loro, sia pure di norma meno della media. Chi le comprasse aspettandosi la sicurezza di un titolo di Stato resterebbe deluso: offrono un compromesso tra la stabilita’ delle obbligazioni e il potenziale delle azioni, ma con i rischi di entrambe, non con la protezione dell’una e basta. È la sintesi del loro profilo: un investimento «di mezzo», prezioso per diversificare, ma da non scambiare ne’ per un’azione di pura crescita ne’ per un porto sicuro.

9. Per chi ha senso (e per chi no)

Per chi ha senso, dunque, un ETF sulle infrastrutture? Ha senso per l’investitore che cerca una componente difensiva e «da rendita» nel proprio portafoglio, capace di dare stabilita’ e un flusso di dividendi regolare, e che apprezza in particolare la protezione dall’inflazione — magari come «assicurazione» contro il rischio che il carovita torni a mordere. È adatto a chi vuole diversificare un portafoglio troppo concentrato sulla tecnologia di crescita, aggiungendo beni reali dal comportamento diverso.

Ha invece meno senso per il giovane investitore in pura fase di accumulo con orizzonte lunghissimo, che punta alla massima crescita: per lui, il profilo «tranquillo» e cedolare delle infrastrutture, unito al costo non bassissimo e alla distribuzione (fiscalmente meno efficiente di un accumulo), può essere un freno. E ha poco senso per chi si aspetta un contesto di tassi in forte e prolungato rialzo, che — come abbiamo visto — è l’ambiente più ostile per il settore. Come sempre, lo strumento giusto dipende dagli obiettivi: le infrastrutture sono un’eccellente componente diversificante per chi cerca stabilita’, reddito e difesa dall’inflazione, da inserire con misura accanto a un nucleo azionario e obbligazionario, non un sostituto del nucleo stesso. Vanno pensate come un «mattone speciale» del portafoglio, con un ruolo ben preciso, non come una scommessa di crescita.

10. Replica, costi e le diverse «filosofie» infrastrutturali

Sul piano tecnico, il fondo adotta una replica fisica a replica totale, è domiciliato in Irlanda, è UCITS armonizzato e a distribuzione (paga i dividendi trimestralmente). Il costo annuo (TER) è dello 0,65%, piuttosto elevato per un ETF così ampio: è uno dei pochi punti deboli dello strumento, da mettere in conto su orizzonti lunghi. Il fondo è di buone dimensioni e liquido, negoziabile su Borsa Italiana. La valuta di riferimento è il dollaro, con il consueto rischio di cambio per l’investitore italiano.

Va segnalato che esistono diverse «filosofie» di ETF infrastrutturali: alcuni, come questo, sono molto sbilanciati sulle utility regolate (profilo più difensivo e sensibile ai tassi); altri danno più spazio ai trasporti, agli aeroporti e alle infrastrutture «in crescita» (profilo un po’ più dinamico); altri ancora si concentrano sulle infrastrutture legate ai megatrend (energia pulita, data center). Chi è interessato al tema fa bene a verificare la composizione specifica prima di scegliere, perché sotto l’etichetta «infrastrutture» si nascondono profili di rischio e di rendimento anche piuttosto diversi. Questo fondo, in particolare, è uno dei più «classici» e difensivi, dominato dalle grandi utility nordamericane.

11. Tassazione italiana

Sul piano fiscale, l’iShares Global Infrastructure è un ETF azionario UCITS armonizzato domiciliato in Irlanda: per l’investitore italiano valgono le regole degli ETF azionari. Le plusvalenze alla vendita sono tassate al 26%; non si applica il 12,5%, riservato ai titoli di Stato white list.

Trattandosi di un ETF a distribuzione, c’è una particolarita’ importante, dato che la cedola è uno dei motivi per cui molti lo scelgono: i dividendi che incassi (trimestralmente) vengono tassati al 26% a ogni stacco. A differenza di un ETF ad accumulazione — che reinveste i proventi senza tassarli fino alla vendita — qui ogni cedola sconta subito il 26%, riducendo la somma reinvestibile. Per chi cerca la rendita periodica è una caratteristica voluta e coerente; per chi è in fase di accumulo è un piccolo svantaggio di efficienza fiscale.

Vale poi la consueta asimmetria fiscale sulle plusvalenze: il guadagno è «reddito di capitale», le perdite sono «redditi diversi», quindi le minusvalenze dell’ETF finiscono nello «zainetto» (usabili contro altri redditi diversi entro quattro anni), non compensabili con i guadagni dell’ETF stesso. Sugli adempimenti: con un intermediario italiano in regime amministrato fa tutto la banca (più l’imposta di bollo dello 0,2% annuo), senza quadro RW; con un broker estero in regime dichiarativo te ne occupi tu (RW, IVAFE, tassazione), oltre al rischio di cambio sul dollaro.

Esempio pratico

Un esempio numerico. Investi 10.000 euro in questo ETF: con un dividendo intorno al 2%, incassi circa 200 euro lordi l’anno di cedole (distribuite trimestralmente), su cui paghi il 26%, cioè circa 52 euro, restando con circa 148 euro netti. Se poi rivendi le quote con una plusvalenza di 2.000 euro, paghi il 26% anche su quella (520 euro). Se invece avessi scelto una versione ad accumulazione, i dividendi non verrebbero tassati ogni anno ma solo alla vendita finale, lasciando lavorare più a lungo l’interesse composto. Il risultato in euro dipende anche dal cambio euro/dollaro nel periodo.

Da ricordare: 26% su plusvalenze E dividendi (a distribuzione, tassati a ogni stacco), nessun 12,5%, asimmetria sulle minusvalenze, rischio di cambio sul dollaro, RW/IVAFE solo se detenuto tramite broker estero.

12. Conclusione

L’iShares Global Infrastructure è lo strumento per investire nella spina dorsale fisica dell’economia mondiale: reti elettriche, ferrovie, oleodotti, torri di telecomunicazione. È un investimento in beni reali, difensivo e «da rendita» (cash flow stabili e una cedola regolare), con una preziosa protezione dall’inflazione grazie ai ricavi spesso indicizzati ai prezzi. È una classe a se’ stante, a meta’ strada tra le azioni e le obbligazioni, apprezzata da chi cerca stabilita’, reddito e una difesa contro il carovita.

Il suo rovescio va però capito bene: la forte sensibilita’ ai tassi d’interesse (per il debito elevato e il profilo «simil-bond» delle utility, che dominano il fondo) può farlo soffrire nelle fasi di rapido rialzo dei tassi, anche quando protegge dall’inflazione. Va trattato come una componente diversificante di un portafoglio — non un nucleo — per chi ne apprezza il profilo difensivo, la rendita e la copertura dall’inflazione, accettando il costo non bassissimo e la sensibilita’ ai tassi. Sul piano fiscale è un normale ETF azionario a distribuzione: 26% su plusvalenze e dividendi (questi ultimi tassati a ogni stacco), asimmetria delle minusvalenze, rischio di cambio sul dollaro, quadro RW solo se detenuto tramite broker estero; per la fase di accumulo, vale la pena valutare una versione ad accumulazione. Per approfondire questi aspetti, o per capire se una componente infrastrutturale abbia senso nel tuo caso, vale la pena consultare le nostre guide dedicate o un professionista. La sintesi: le infrastrutture sono uno dei pochi modi «azionari» per avere stabilita’, reddito e protezione dall’inflazione insieme — a patto di accettarne la sensibilita’ ai tassi.

Domande frequenti

Che cosa si compra con un ETF sulle infrastrutture?

La spina dorsale fisica dell’economia: reti elettriche, ferrovie, oleodotti e gasdotti, torri di telecomunicazione, aeroporti, autostrade. Sono beni reali e tangibili, spesso in posizione di «monopolio naturale» (difficili da replicare), con ricavi stabili e ricorrenti. Questo fondo è molto sbilanciato sulle utility (oltre la meta’).

Perché' proteggono dall'inflazione?

Perché molte infrastrutture hanno ricavi legati ai prezzi: le tariffe delle utility regolate si adeguano all’inflazione, i pedaggi e le tariffe ferroviarie aumentano, i canoni delle torri sono indicizzati. Quando l’inflazione sale, salgono anche i loro incassi: una protezione rara, che la maggior parte degli investimenti non offre.

Qual e' il rovescio della medaglia?

La sensibilita’ ai tassi d’interesse. Le infrastrutture (specie le utility) sono molto indebitate e i loro flussi stabili le fanno assomigliare alle obbligazioni: quando i tassi salgono, soffrono. C’è quindi tensione, perché proteggono dall’inflazione ma temono i tassi alti che spesso l’accompagnano. Il contesto ideale è inflazione moderata e tassi non in rapida ascesa.

E' un settore difensivo come la sanita'?

Sì, ha un profilo difensivo: servizi di cui c’è sempre bisogno (luce, trasporti, telecomunicazioni), domanda stabile, dividendi regolari. Ma con una differenza: è molto più sensibile ai tassi della sanita’. È a meta’ strada tra azioni e obbligazioni, con in più la protezione dall’inflazione.

Come e' tassato in Italia?

Come un ETF azionario armonizzato a distribuzione: plusvalenze al 26% (niente 12,5%) e dividendi al 26% a ogni stacco trimestrale. Vale l’asimmetria sulle minusvalenze. Con intermediario italiano fa tutto la banca; con broker estero servono RW e IVAFE. Per la fase di accumulo, esiste anche una versione ad accumulazione.

Questo contenuto ha finalità esclusivamente informative e didattiche e non costituisce consulenza finanziaria, fiscale o un invito all’investimento. I dati di prodotto sono tratti da fonti ufficiali alla data indicata e possono variare nel tempo; verifica sempre il factsheet aggiornato e il KIID/KID prima di investire. Gli investimenti comportano rischi, inclusa la possibile perdita del capitale.

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Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Milano · Autore e responsabile editoriale

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Avvertenza: i contenuti di Fisco Investimenti hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa. L’autore è un praticante commercialista in formazione, non iscritto all’albo: i contenuti non costituiscono consulenza professionale. Per decisioni operative su casi specifici rivolgersi a un professionista abilitato.