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iShares Core FTSE 100: analisi (ISIN IE00B53HP851)

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iShares Core FTSE 100: analisi (ISIN IE00B53HP851)
A cura di Fisco Investimenti

Questa guida serve a orientare la lettura e preparare domande migliori. Non sostituisce la valutazione del caso concreto: norme, documenti e scadenze possono cambiare in base alla situazione personale o aziendale.

Come aggiorniamo i contenuti
📅 Pubblicato il 11 Giugno 2026

iShares Core FTSE 100 UCITS ETF: analisi completa (ISIN IE00B53HP851)

Scheda completa dell’ETF sulle 100 maggiori aziende di Londra: perché NON è una scommessa sull’economia britannica, il paradosso della sterlina «al contrario», il profilo «value» a sconto e la tassazione italiana. Dati ufficiali datati.

  • TER 0,07% · Accumulazione · in GBP
  • NON è l’economia UK: multinazionali globali
  • Paradosso: GBP debole → indice su
  • «Value», alti dividendi, a sconto (no tech)

Dati ufficiali aggiornati al 31 maggio 2026 (composizione) e al giugno 2026 (patrimonio). Fonte: iShares (factsheet ufficiale) e justETF.

L’iShares Core FTSE 100 UCITS ETF permette di investire, con un solo acquisto, nelle 100 maggiori aziende quotate a Londra: il celebre indice FTSE 100. In un colpo solo si comprano alcuni dei giganti più famosi del mondo — il colosso farmaceutico AstraZeneca, la banca globale HSBC, i petroliferi Shell e BP, Unilever, i motori di Rolls-Royce — in uno dei mercati azionari più antichi e importanti del pianeta.

In questa scheda lo analizziamo a fondo — composizione, costi, rischi e tassazione italiana — con dati ufficiali sempre datati. E lo facciamo con un angolo preciso, perché il FTSE 100 nasconde un grande equivoco che quasi tutti commettono. Si pensa che comprare il FTSE 100 significhi «scommettere sull’economia britannica». Non è così: le 100 aziende dell’indice sono in larghissima parte multinazionali globali che guadagnano la gran parte dei loro ricavi all’estero — Shell vende petrolio in tutto il mondo, AstraZeneca farmaci ovunque, HSBC fa banca soprattutto in Asia. Il FTSE 100 è, quindi, una scommessa su grandi multinazionali quotate a Londra, non sulla Gran Bretagna. Da qui discende un paradosso valutario sorprendente (la relazione «al contrario» con la sterlina) e un profilo molto particolare: un mercato «value», di dividendi e di «vecchia economia» (energia, banche, farma, minerari), che tratta a sconto e che è l’opposto di un indice tecnologico. Capire tutto questo è la chiave per usarlo bene.

1. Scheda sintetica del fondo

Nome completo iShares Core FTSE 100 UCITS ETF GBP (Acc)
ISIN IE00B53HP851
Ticker CUKX / SXRU
Indice replicato FTSE 100
Costo annuo (TER) 0,07%
Metodo di replica Fisica a replica totale
Politica dei proventi Accumulazione (proventi reinvestiti)
Valuta del fondo Sterlina (GBP)
Esposizione geografica Regno Unito (multinazionali globali quotate a Londra)
Domicilio Irlanda
UCITS / armonizzato Sì (UCITS, armonizzato)
Patrimonio (AUM) oltre 3,5 miliardi di euro (al giugno 2026)
Numero di titoli 101
Data di lancio 26 gennaio 2010
In sintesi: le 100 maggiori aziende di Londra. MA attenzione all’equivoco: NON è l’economia UK, sono MULTINAZIONALI GLOBALI (ricavi 3/4 all’estero). Paradosso: relazione «al contrario» con la sterlina (GBP debole→indice su). Profilo VALUE/dividendi (energia/banche/farma, no tech), a sconto. TER 0,07% acc.

2. Il grande equivoco: NON è l’economia britannica

Partiamo dall’equivoco, perché è il punto più importante e meno capito. Quando un investitore compra un ETF su un singolo Paese — la Germania, l’Italia, il Brasile — di solito scommette sull’economia di quel Paese. Con il FTSE 100, questa logica salta. Le 100 maggiori aziende quotate a Londra sono, per la maggior parte, colossi multinazionali che con l’economia britannica hanno poco a che fare: generano, complessivamente, circa i tre quarti dei loro ricavi fuori dal Regno Unito. Shell e BP vendono energia in tutto il mondo; AstraZeneca e GSK vendono farmaci a livello globale; HSBC è una banca che guadagna soprattutto in Asia; Rio Tinto estrae metalli in Australia e nelle Americhe; Unilever e British American Tobacco vendono i loro prodotti in ogni continente. Comprare il FTSE 100, quindi, non significa scommettere sulla salute dell’economia inglese, ma sull’andamento di un gruppo di grandi aziende globali che hanno in comune solo il fatto di essere quotate a Londra.

Questa caratteristica ha una conseguenza fondamentale, e per molti contro-intuitiva, sul rapporto con la valuta. Poiché queste aziende guadagnano in dollari, euro e altre valute ma sono quotate in sterline, si crea una relazione «al contrario» tra il FTSE 100 e la sterlina: quando la sterlina si indebolisce, i ricavi esteri di queste multinazionali — convertiti in sterline — valgono di più, e l’indice tende a salire; viceversa, quando la sterlina si rafforza, il FTSE 100 spesso fatica. È un comportamento opposto a quello che ci si aspetterebbe (di solito una valuta forte è segno di un mercato forte), e si è visto in modo eclatante dopo il referendum sulla Brexit del 2016: la sterlina crollo’, ma il FTSE 100 sali’, proprio grazie ai ricavi esteri rivalutati. Capire questo paradosso è essenziale per non restare sorpresi dal comportamento di questo indice.

Da ricordare: le aziende del FTSE 100 guadagnano ~3/4 dei ricavi ALL’ESTERO (Shell, AstraZeneca, HSBC-Asia). È una scommessa su multinazionali globali quotate a Londra. Da qui la relazione «al contrario» con la sterlina (GBP giu’→indice su, come dopo la Brexit).

3. Dentro l’indice: «vecchia economia» (e niente tech)

Guardando dentro il fondo (al 31 maggio 2026), emerge con chiarezza il suo profilo da «vecchia economia», che lo rende molto diverso dagli indici americani o globali. Il settore dominante è quello finanziario (oltre un quinto dell’indice), guidato dalla banca globale HSBC e da altri istituti e assicuratori. Subito dopo viene la sanita’, con i due grandi colossi farmaceutici AstraZeneca (la prima posizione del fondo) e GSK. Poi gli industriali, dove spiccano due gioielli legati all’aerospazio e alla difesa — Rolls-Royce (i motori per aerei) e BAE Systems (sistemi d’arma) — entrambi protagonisti dell’ondata di riarmo e della ripresa del settore aereo. E c’è, importante, l’energia, con i due giganti petroliferi Shell e BP.

A completare il quadro ci sono i beni di consumo (l’onnipresente Unilever), il tabacco (British American Tobacco, una macchina da dividendi che pone, come sempre, una questione etica) e i minerari (Rio Tinto, tra i maggiori produttori di ferro e rame al mondo). Cosa manca, vistosamente? La tecnologia: il FTSE 100 è quasi del tutto privo di grandi aziende tech, a differenza degli indici americani dominati dai colossi digitali. Questa assenza è la ragione principale per cui l’indice ha un carattere spiccatamente «value» (di valore): è fatto di aziende mature, solide, generose nei dividendi ma a crescita più lenta, che trattano a valutazioni basse. È l’esatto opposto di un indice «growth» (di crescita) come il Nasdaq: meno scintillante, ma più economico e con cedole più ricche. Per questo il FTSE 100 è da anni considerato uno dei mercati sviluppati più «a sconto» del mondo, complice anche l’incertezza seguita alla Brexit.

# Società Paese Peso
1 AstraZeneca Farmaceutica 8.94%
2 HSBC Holdings Banca 8.52%
3 Shell Petrolio e gas 8.28%
4 Rolls-Royce Motori aerei/difesa 3.90%
5 BP Petrolio e gas 3.86%
6 British American Tobacco Tabacco 3.73%
7 Unilever Beni di consumo 3.66%
8 GSK Farmaceutica 3.35%
9 Rio Tinto Minerario (metalli) 2.91%
10 BAE Systems Difesa 2.69%
Prime 10 posizioni (al 31 maggio 2026)AstraZeneca8.9%HSBC Holdings8.5%Shell8.3%Rolls-Royce3.9%BP3.9%British American Tobacco3.7%Unilever3.7%GSK3.4%Rio Tinto2.9%BAE Systems2.7%
Pesi delle prime 10 posizioni. Fonte: iShares (factsheet ufficiale) e justETF, dati al 31 maggio 2026.
Ripartizione settorialeFinanziari21.9%Sanita'/farma12.9%Industriali12.8%Energia12.1%Altri40.4%
Ripartizione settoriale indicativa.
Indice FTSE 100 (100 maggiori UK)
Stile Value / dividendi / «old economy»
Valuta Sterlina (GBP)
Da ricordare: finanziari (HSBC), farma (AstraZeneca/GSK), energia (Shell/BP), industriali/difesa (Rolls-Royce/BAE), consumi (Unilever), tabacco (BAT), minerari (Rio Tinto). MANCA la tecnologia → carattere «value», alti dividendi, a sconto.

4. Un mercato «value» e a sconto (la scommessa)

Approfondiamo il tema che rende oggi il FTSE 100 interessante per molti: lo «sconto». Da diversi anni, le azioni britanniche trattano a valutazioni più basse rispetto a quelle americane e, in parte, europee. Le ragioni sono diverse: l’incertezza politica ed economica seguita alla Brexit (che ha fatto fuggire molti investitori internazionali), la composizione «vecchia economia» dell’indice (poco amata in un’epoca innamorata della tecnologia) e un generale disinteresse verso un mercato considerato «noioso». Il risultato è che oggi si possono comprare grandi aziende globali e solide — un colosso come Shell, o AstraZeneca — a prezzi relativamente convenienti e con dividendi elevati (il FTSE 100 è storicamente uno degli indici a più alto rendimento da dividendo tra i grandi mercati sviluppati).

Per l’investitore «value» (quello che cerca aziende solide a buon prezzo, anziche’ storie di crescita costose), questo è un potenziale punto di forza: comprare a sconto può significare un margine di sicurezza maggiore e un buon reddito da dividendi mentre si aspetta. C’è chi scommette su un possibile «ritorno in auge» del mercato britannico, se l’incertezza post-Brexit si diradasse e gli investitori internazionali tornassero. D’altra parte, va detto con onesta’ che «a sconto» non significa necessariamente «in salita»: un mercato può restare economico a lungo (la cosiddetta «value trap», la trappola del valore), e l’assenza di tecnologia ha fatto sì che, negli ultimi anni, il FTSE 100 abbia reso meno degli indici americani trainati dai colossi digitali. La scommessa sul FTSE 100 è, in sostanza, una scommessa «value»: sulla solidita’, sui dividendi e sul possibile recupero di uno sconto, piuttosto che sulla crescita esplosiva.

Da ricordare: le azioni UK trattano a sconto (Brexit + «vecchia economia» + disinteresse). Si comprano grandi aziende solide a buon prezzo, con alti dividendi. Scommessa «value» + possibile recupero. MA «a sconto» ≠ «in salita»: rischio «value trap» (resta economico a lungo).

5. I rischi: value/ciclico, sterlina, concentrazione

I rischi di un ETF sul FTSE 100 sono, nel complesso, quelli contenuti di un grande mercato sviluppato, ma con alcune particolarita’. Il primo è la natura «value» e ciclica dell’indice: essendo fatto di energia, banche, minerari e industriali, il FTSE 100 è sensibile al ciclo economico globale e ai prezzi delle materie prime, e tende a restare indietro nelle fasi di mercato trainate dalla tecnologia (dove, privo di big tech, non può partecipare). Chi cerca crescita, qui, va incontro a possibili delusioni relative.

Il secondo è il rischio valutario, qui dalla doppia faccia. L’indice è in sterline, e l’investitore italiano è esposto all’andamento della GBP contro l’euro. Ma — come abbiamo spiegato — c’è la complicazione della relazione «al contrario»: un indebolimento della sterlina, che di per se’ ridurrebbe il valore in euro, tende però a far salire l’indice (per via dei ricavi esteri), compensando in parte. È un meccanismo che rende l’effetto del cambio meno scontato del solito, ma che resta una variabile importante. Il terzo rischio è la concentrazione: poche grandi aziende (AstraZeneca, HSBC, Shell) pesano molto, e l’indice è legato alla salute di settori specifici (petrolio, banche, farma, minerario). Il quarto, più generale, è il rischio-Paese e politico: pur essendo aziende globali, restano legate al quadro normativo e politico britannico (tasse, regolamentazione), e l’incertezza post-Brexit, pur attenuata, non è del tutto sparita. Nel complesso, comunque, è uno strumento solido, fatto di grandi aziende mature e globali: i suoi rischi sono moderati e ben diversi dalla volatilita’ di un mercato emergente.

Da capire bene: indice VALUE/ciclico → resta indietro nelle fasi «tech». Rischio cambio sterlina (ma con logica «al contrario»). Concentrazione in pochi settori «vecchia economia» (incluso il tabacco). Rischio «value trap».

6. FTSE 100, Europa, Svizzera, mondo: come usarlo

Veniamo alla precisazione di sempre, qui utile per collocare bene il FTSE 100 rispetto agli altri modi di investire in Europa e nel mondo. Il primo confronto è con un ETF sull’Europa o sull’eurozona (un EURO STOXX 50, o un ampio ETF europeo): la differenza fondamentale è che il Regno Unito è fuori dall’Unione Europea e dall’eurozona (dopo la Brexit), usa la sterlina ed è escluso dagli indici dell’area euro. Comprare il FTSE 100 significa quindi aggiungere un’esposizione distinta e complementare al resto d’Europa, con un mix settoriale (energia, banche, farma, minerari) e una valuta (la GBP) propri. Un ampio ETF «Europa» include in parte il Regno Unito, ma con un peso ridotto: chi vuole una dose concentrata di Gran Bretagna, e il suo profilo «value», sceglie questo.

Il secondo confronto utile è con la Svizzera (che analizziamo a parte): sono due mercati entrambi sviluppati e fuori dall’euro, ma con anime opposte. La Svizzera è difensiva e «di qualità» (farma e alimentare, con una valuta forte come il franco); il Regno Unito è più «value» e ciclico (energia, banche, minerari), con una valuta — la sterlina — dalla relazione «al contrario». Sono due tessere diverse del mosaico europeo «non euro». Rispetto, infine, a un ETF mondiale: il Regno Unito vi pesa ormai poco, e comprare il FTSE 100 significa sovrappesarlo deliberatamente, scommettendo sul suo profilo value e sul suo sconto. In un portafoglio, il FTSE 100 ha il ruolo di tassello «value», da dividendo e di diversificazione (settoriale e valutaria) rispetto agli indici dominati dalla tecnologia americana. Da usare con misura, come satellite, per chi crede nel suo profilo particolare; non come mattone «core» globale.

7. Per chi ha senso (e per chi no)

Per chi ha senso, dunque, questo ETF? Ha senso per l’investitore «value» e da dividendo: chi cerca grandi aziende solide e globali a prezzi convenienti, con cedole elevate, anziche’ storie di crescita costose. È adatto a chi vuole diversificare un portafoglio troppo sbilanciato sulla tecnologia americana, aggiungendo un mercato dal mix settoriale opposto (energia, banche, farma, minerari) e una valuta diversa (la sterlina). Ed è apprezzato da chi scommette su un possibile recupero del mercato britannico, oggi a sconto, e da chi apprezza l’idea — sofisticata — di un indice di multinazionali globali con un comportamento valutario «al contrario» che può fare da copertura in certe fasi.

Ha invece meno senso per chi cerca crescita e rendimenti esplosivi: privo di tecnologia, il FTSE 100 è un indice maturo che nelle fasi «growth» resta indietro. Ha poco senso per chi non vuole gestire il rischio valutario della sterlina (per quanto attenuato dalla relazione «al contrario»), per chi non è a suo agio con la concentrazione in pochi settori «vecchia economia» o con la presenza di titoli eticamente controversi (il tabacco). E va ricordato il rischio della «value trap»: un mercato a sconto può restare tale a lungo. Come ogni scommessa su un singolo Paese, va inserita con misura — un tassello satellite, non il nucleo del portafoglio. Usato così, come componente «value», da reddito e di diversificazione, il FTSE 100 è uno strumento solido e interessante, soprattutto per bilanciare un portafoglio troppo «tecnologico»; comprato aspettandosi la crescita di un indice americano, deludera’, perché il suo mestiere è un altro: offrire solidita’, dividendi e valore, non scintillio.

8. Replica, costi e alternative (FTSE 250, cambio coperto)

Sul piano tecnico, il fondo adotta una replica fisica a replica totale (compra effettivamente le 100 azioni dell’indice), è domiciliato in Irlanda, è UCITS armonizzato e — in questa classe — ad accumulazione (i dividendi sono reinvestiti; esiste anche una diffusissima versione a distribuzione, apprezzata da chi cerca le cedole). Il costo annuo (TER) è di appena lo 0,07%, bassissimo, come tipico dei grandi ETF sugli indici principali. Il fondo è enorme e liquido (oltre 3,5 miliardi di euro), uno dei più grandi e storici sul mercato britannico, e negoziabile su Borsa Italiana.

Il fondo è denominato in sterline: l’investitore italiano è quindi esposto all’andamento della GBP contro l’euro, con la nota complicazione della relazione «al contrario» (un indebolimento della sterlina che, facendo salire l’indice, compensa in parte la perdita di cambio). Esistono diverse alternative per investire nel Regno Unito: ETF sul FTSE 100 (i 100 maggiori), sul FTSE 250 (le medie aziende, più legate all’economia interna britannica e quindi una scommessa diversa), o su indici «total market». Esistono anche versioni con il cambio coperto in euro (per chi vuole eliminare l’effetto sterlina) e, come detto, a distribuzione. Chi è interessato può confrontarle: vale la pena notare che il FTSE 250 (medie imprese) è una scommessa molto più «britannica» del FTSE 100, e si comporta diversamente — un dettaglio importante per chi vuole davvero esporsi all’economia interna del Regno Unito, anziche’ alle multinazionali globali quotate a Londra.

9. Tassazione italiana (e il paradosso della sterlina)

Sul piano fiscale, l’iShares Core FTSE 100 è un ETF azionario UCITS armonizzato domiciliato in Irlanda: per l’investitore italiano valgono le regole degli ETF azionari, identiche a quelle di un qualunque altro ETF su azioni. Il fatto che investa in un Paese fuori dall’Unione Europea (il Regno Unito, dopo la Brexit) non cambia nulla dal punto di vista fiscale: cio’ che conta è che il fondo sia armonizzato (UCITS) e domiciliato in un Paese «white list» (l’Irlanda), e lo è. Le plusvalenze alla vendita sono tassate al 26%; non si applica il 12,5%, riservato ai titoli di Stato white list.

Vale la consueta asimmetria degli ETF armonizzati: il guadagno è «reddito di capitale», la perdita è «reddito diverso». In pratica non puoi compensare un guadagno su questo ETF con minusvalenze pregresse; e le minusvalenze che generi finiscono nello «zainetto fiscale» (utilizzabile solo contro altri redditi diversi entro 4 anni). La classe ad accumulazione qui considerata offre il consueto vantaggio del differimento: non distribuendo dividendi (che pure le aziende del FTSE 100 pagano generosi), il fondo li reinveste e non genera tassazione durante il possesso; il 26% si applica solo alla vendita. Chi sceglie invece la versione a distribuzione paghera’ il 26% sui dividendi anno per anno.

Un aspetto specifico riguarda la valuta: poiché l’investimento è in sterline, l’eventuale effetto di cambio (positivo o negativo) è parte integrante della plusvalenza o perdita tassata. Sul fronte operativo: con un intermediario italiano in regime amministrato fa tutto la banca (preleva il 26% e applica il bollo dello 0,2%, senza obblighi dichiarativi); con un broker estero in regime dichiarativo te ne occupi tu, con quadro RW e IVAFE (0,2%), oltre alla gestione del rischio di cambio sulla sterlina.

Esempio pratico

Un esempio numerico (con il paradosso della sterlina). Investi 10.000 euro in questo ETF. Immagina che la sterlina si indebolisca del 5% contro l’euro: di per se’ una brutta notizia per il tuo investimento in euro. Ma quel calo della sterlina fa salire il FTSE 100 (i ricavi esteri di Shell, AstraZeneca, HSBC valgono di più in sterline), poniamo del 7%. Il risultato netto in euro è comunque positivo (il guadagno dell’indice supera la perdita di cambio): è il paradosso del FTSE 100, dove un cambio sfavorevole può tradursi in un guadagno. Se rivendi con una plusvalenza complessiva (in euro) di 2.000 euro, paghi il 26%, cioè 520 euro, non riducibili con minusvalenze pregresse. La morale: con questo indice, l’effetto del cambio non va letto in modo «ingenuo», perché agisce «al contrario».

Da ricordare: ETF azionario armonizzato: 26% sulle plusvalenze, asimmetria minusvalenze (zainetto 4 anni), differimento grazie all’accumulazione. Pur essendo UK fuori dall’UE, conta che il fondo sia UCITS/Irlanda. L’effetto cambio sterlina è parte della plusvalenza.

10. Conclusione

L’iShares Core FTSE 100 è lo strumento per investire nelle 100 maggiori aziende quotate a Londra — ma, attenzione, non nell’economia britannica. È il suo grande equivoco da chiarire: il FTSE 100 è un indice di multinazionali globali (Shell, AstraZeneca, HSBC, Unilever, Rio Tinto) che guadagnano i tre quarti dei ricavi all’estero, con un paradosso valutario unico — la relazione «al contrario» con la sterlina, per cui una valuta debole tende a far salire l’indice. È un mercato dal profilo spiccatamente «value»: energia, banche, farma, minerari, tabacco, difesa; quasi niente tecnologia; alti dividendi; e valutazioni a sconto, complice la Brexit.

Va inteso per quello che è: uno strumento «value» e da reddito, non un motore di crescita. Privo di tecnologia, tende a restare indietro nelle fasi trainate dai colossi digitali (la possibile «value trap»), ed è legato al ciclo economico e alle materie prime. Va gestito il rischio valutario della sterlina (con la sua logica «al contrario»), e accettata la concentrazione in pochi settori di «vecchia economia» (incluso il tabacco). Sul piano fiscale è un normale ETF azionario armonizzato (26% sulle plusvalenze, asimmetria, differimento grazie all’accumulazione). Per capire quanto spazio dare a un tassello «value» e di diversificazione come questo, vale la pena consultare le nostre altre schede o un professionista. La sintesi: il FTSE 100 è la scommessa sulle grandi multinazionali globali a sconto quotate a Londra — solidita’, dividendi e valore, con un comportamento valutario tutto suo — ideale per bilanciare un portafoglio troppo «tecnologico», da usare con misura e con la consapevolezza che non è, come molti credono, una scommessa sulla Gran Bretagna, ma su un club di giganti globali che a Londra hanno solo la sede di quotazione.

Domande frequenti

Comprare il FTSE 100 e' scommettere sull'economia britannica?

No, ed è l’equivoco più comune. Le 100 aziende dell’indice sono multinazionali globali che guadagnano circa i tre quarti dei ricavi ALL’ESTERO (Shell, AstraZeneca, HSBC in Asia, Rio Tinto…). È una scommessa su grandi aziende globali quotate a Londra, non sulla Gran Bretagna. Chi vuole l’economia interna UK guarda al FTSE 250 (medie imprese).

Cos'e' la relazione «al contrario» con la sterlina?

Poiché le aziende guadagnano in valute estere ma sono quotate in sterline, quando la sterlina si INDEBOLISCE i loro ricavi esteri valgono di più in sterline e l’indice tende a SALIRE (e viceversa). È opposto all’intuito: si vide dopo la Brexit (sterlina giu’, FTSE 100 su). Il cambio, qui, non va letto in modo ingenuo.

Perché' e' un indice «value» e a sconto?

Perché è fatto di settori «vecchia economia» (energia, banche, farma, minerari) e quasi privo di tecnologia: aziende mature, solide, con alti dividendi ma crescita lenta, che trattano a valutazioni basse. La Brexit ha accentuato lo sconto. È l’opposto di un indice «growth» come il Nasdaq: più economico e con cedole più ricche, ma meno brillante.

C'e' rischio di cambio?

Sì, sulla sterlina contro l’euro, ma con la complicazione della relazione «al contrario»: un indebolimento della GBP, che ridurrebbe il valore in euro, tende però a far salire l’indice (ricavi esteri), compensando in parte. Esistono versioni con cambio coperto per chi vuole eliminare l’effetto sterlina.

Come e' tassato in Italia?

Come un normale ETF azionario armonizzato: plusvalenze al 26%, niente 12,5%, asimmetria sulle minusvalenze (zainetto 4 anni). Pur essendo il Regno Unito fuori dall’UE, conta che il fondo sia UCITS e domiciliato in Irlanda (white list). Ad accumulazione l’imposta si paga alla vendita. Con broker estero servono RW e IVAFE.

Questo contenuto ha finalità esclusivamente informative e didattiche e non costituisce consulenza finanziaria, fiscale o un invito all’investimento. I dati di prodotto sono tratti da fonti ufficiali alla data indicata e possono variare nel tempo; verifica sempre il factsheet aggiornato e il KIID/KID prima di investire. Gli investimenti comportano rischi, inclusa la possibile perdita del capitale.

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Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Milano · Autore e responsabile editoriale

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